Teatro

Il processo

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1 - 12 Febbraio 1989

15 Febbraio - 20 Febbraio
Teatro Due - PARMA
24 Febbraio - 24 Febbraio
FORLÌ
27 Febbraio - 24 Febbraio
Teatro Municipale - PIACENZA
28 Febbraio - 28 Febbraio
GALLARATE
1 Marzo - 1 Marzo
Teatro Moderno - GROSSETO
2 Marzo - 2 Marzo
Teatro Petrarca - AREZZO
4 Marzo - 16 Marzo
Teatro Valle - ROMA
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di Franz Kafka
traduzione di Giorgio Zampa
regia di Andrée Ruth Shammah
con Giovanni Battaglia, Claudio Calafiore, Marco Casazza, Antonio Catania, Salvatore Landolina, Valeria Magli, Alberto Mancioppi, Olek Mincer, Moni Ovadia, Pierluigi Picchetti, Marina Senesi, Marzia Sozzi, Mario Ventura e, nel ruolo di Joseph K., Flavio Bonacci
scene e costumi di Ezio Toffolutti

Il debutto dello spettacolo previsto per il 20 gennaio 1989 è stato rinviato al primo febbraio. Franco Parenti, affaticato per le numerosissime repliche del Timone d’Atene, ha rinunciato alla aprte di protagonista. Al suo posto, Flavio Bonacci.

L’allestimento de Il processo si inquadra perfettamente in quella problemativa della giustizia – o dell’ingiustizia – che il Salone Pier Lombardo ha eletto ad unificante tema della sua quindicesima stagione, inauguarata da Timone d’Atene e destinata a proseguire con Avevo più stima dell’idrogeno di Carlo Terron e con Il libro di Giobbe nella versione di Guido Ceronetti.


Penso a un dramma espressionista e al teatro yiddish contemporaneo a Kafka: molto humor e quasi nulla di quella angoscia che solitamente si associa all’idea del Processo. Ho voluto legare la vicenda di cui è protagonista e vittima Josef K., a partitre dal momento in cui gli si presentano davanti due emissari per notificargli l’inizio di un mostruoso processo, all’attualità di certe vicende giudiziarie del nostro tempo, tanto clamorose quanto inspiegabili, di cui avvertiamo e subiamo le scandalose conseguenze. – Andrée Ruth Shammah –

Intelligente, colma di richiami alla cultura ebraica, in citazioni visive e sonore dense in memoria del ghetto, del teatro yiddish, per ambienti e riferimenti ditrutti dalla storia, la regia di Andrée Ruth Shammah si mantiene fedele al testo, accentuando nella prima parte gli aspetti più grotteschi con qualche sfumatura di comico, mentre nella seconda prevale una sorta di malinconia esistenziale, filosofica, che non può lasciare più spazio alle illusioni.
Valeria Ottolenghi - Gazzetta di Parma
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