Teatro

Noblesse oblige

(I desgrazzi d’on omn fortunaa)

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22 Febbraio - 28 Marzo 1993

12 - 23 Luglio 2000

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di Luigi Santucci
adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
scene Gianmaurizio Fercioni
costumi Eugenio Monti Colla
musiche Fiorenzo Carpi
con Gianrico Tedeschi, Milva Marigliano, Antonio Rosti, Silvia Sartorio, Grazia Migneco, Riccardo Peroni, Michele De Marchi, Edoardo Borioli, Roberto Vandelli, Gianna Coletti, Miro Landoni
orchestra dal vivo Francesca Volpini (violino), Gabriele Zanetti (violoncello), Daniele Lattuada (clarinetto), Michele De Marchi (pianoforte)

Note di regia di Andrée Ruth Shammah

“Bacio blu, bacio blu e chi c’era non c’è più”… formula di magia infantile che, pronunciata prima di iniziare una storia o un gioco, predispone l’animo alla leggerezza e rende fiduciosi nella buona riuscita del’invenzione.

È con questa predisposizione che mi sono messa al lavoro per ridare vita scenica a Noblesse Oblige, una deliziosa commedia scritta in dialetto milanese per far sorridere (e ridere) gli spettatori. Con lo sguardo divertito di chi racconta una storia semplice, ma con tutto il bagaglio di tecnica teatrale acquisito in vent’anni di lavoro di palcoscenico fatto di un’infinità di piccoli e precisissimi dettagli, disseminati come dentro una partitura musicale, noiosissimi da provare e riprovare, ma indispensabili per mandare a segno il più alto numero di battute comiche.

E per ognuno di questi aspetti le esperienze fatte in precedenza mi hanno molto aiutata. Da un lato, la favola: Marivaux, I Cavalieri di Re Arthur e sicuramente Peter Pan; dall’altro: Molière certo, il maestro ma anche il grande costruttore di marchingegni inesorabili, Georges Feydeau. E aver lavorato con Eduardo, averlo seguito per anni…

C’è poi stato l’incontro con una lingua teatrale, in parte mai frequentata da me, il dialetto milanese: ma anche lì, l’esperienza del vetero-lombardo di Testori della Trilogia e l’essere stata tanti anni accanto a Franco Parenti (che, come nessun’altro credo, ha saputo utilizzare la lingua milanese del Porta per raggiungere, quando lo riteneva opportuno, una comunicazione espressiva e comica) mi hanno aiutata a vivere questa nuova esperienza completamente a mio agio.

Ricordi, nostalgia dolce non venite fuori ora: è il momento degli appunti di regia veri e propri, quelli scritti con lucidità per dare al pubblico le informazioni e le chiavi di lettura dello spettacolo che, sembra, non possano mancare su un programma di sala che si rispetti. E allora ecco: la mia prima preoccupazione è stata quella di ridurre in due tempi la commedia scritta in tre atti con conseguenti due intervalli. Questo per dare più ritmo e imprevedibilità alla trama: dopo una pausa di tempo chiunque si aspetta un cambiamento nello stato d’animo dei personaggi. Qui è stata volutamente accentuata la velocità di trasformazione e la perdita di identità dei personaggi. Per risolvere alcuni problemi tecnici che questa scelta comportava, ho chiesto all’autore di scrivere alcuni “couplets” da consegnare alla fantasia musicale di Fiorenzo Carpi. Ne sono venuti fuori alcuni momenti, a mio avviso deliziosi, grazie anche al garbo ironico delle musiche di Fiorenzo Carpi (con risonanze della sua amata Milano) e della (solo apparente) semplicità delle perfette sestine scritte per l’occasione da Luigi Santucci.

Essendo poi la musica eseguita da un’orchestrina dal vivo questo, diciamo espediente dei “couplets”restituiva pienamente il gusto di un’ epoca, velando l’intera operazione (che certamente non nega la sua destinazione comica) di una leggera nostalgia di ciò che non c’è più: la Milano di un tempo ma anche, l’attenzione alla piacevolezza di una comunicazione teatrale garbata. […]

La mia tensione è stata principalmente quella di cercare di fa rivivere un certo teatro, le sue tinte e i suoi sapori, tirarne fuori la poesia possibile sul filo dell’umorismo e lasciare che la comicità emerga senza nessuna forzatura o almeno con il minor numero possibile di facili espedienti.

Noblesse Oblige fa parte di una stagione tutta dedicata al piacere di veder rivivere sulla scena una Milano che forse ha ancora qualcosa da dire alla Milano di oggi ma che certo fa parte di un suo passato di cui deve essere orgogliosa in qualche modo. È una stagione dove i ricordi e le nostalgie devono poter liberamente, per ognuno di noi, riscaldare il pensiero. E in fondo la storia della famiglia Gattamorta che rinnega le sue origini alla ricerca di una identità diversa che non gli appartiene, che la mette in confusione e gli fa perdere la sua serenità può far pensare di trovarcidavanti a una parabola discreta, molto discreta, dei giorni nostri e alla frenesia che ha preso la città nel volere a tutti i costi apparire, rappresentarsi, blasonarsi con dei valori fasulli e schizofrenici. Con questa interpretazione sullo sfondo sono nati i costumi che diventano anche, nei momenti più schizzati dei personaggi, un grande supporto al divertimento. E così è nata l’elegante scena di Gian Maurizio Fercioni, in alcune situazioni in voluto contrasto con i costumi di Eugenio Monti Colla della storica compagnia marionettistica Carlo Colla e Figli, perché la casa dove vive Annibale Gattamorta apparteneva ad una aristocrazia vera, di tradizione e di gusto. E sulla parete di destra una citazione molieriana, le tre porte del nostro Misantropo (certamente Santucci si è servito a suo modo del Borghese gentiluomo) per ricordare a noi stessi la lezione del grande Molière: “divertire il pubblico raccontando il ridicolo e la nevrosi dell’uomo moderno”.

La mia tensione è stata questa ma se risulterà anche solo la piacevolezza di una garbata serata teatrale, se la gioia sarà anche solo quella di sentire recitare in un milanese musicale un attore come Tedeschi che recita per la prima volta in teatro il suo dialetto, se il pubblico riderà di gusto dell’ingenuità e della stupidità dei personaggi; mi sembrerà comunque un buon risultato. Buona serata.

Commedia preziosa per felicità ritrattistica estesa a tutti i personaggi: l'ha resa ancora più appetitosa la regia raffinata e disinvolta di Andrée Ruth Shammah, che ha incrementato i toni di ilare naif e dato vita ad alcune opportunità musicali.
Odoardo Bertani - Avvenire
Non si tratta dunque solo di un testo scritto in dialetto: in Noblesse Oblige l'autore si propone chiaramente di ripercorrere le vie di quel genere di teatro popolare ottocentesco, semplice fino all'ingenuità [...] Ha fatto bene dunque Andrée Ruth Shammah a metterlo in scena accentuando questo carattere popolare e anti-realistico con un'orchestrina couplets, scene e costumi fantasiosi, comicità sopra le righe.
Ugo Volli - la Repubblica
Una vera e propria chicca comica, un testo frizzante, punteggiato da continua esilaranti battute e straordinarie avventure.
Mariangela Palazzi - La Prealpina
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