Teatro

Re Lear

ovvero La recita della Follia

Ti trovi in una pagina di Archivio, se vuoi consultare la programmazione corrente visita la pagina Cartellone.


18 Ottobre - 30 Novembre 1997

Restiamo in contatto
newsletter

Condividi

di William Shakespeare
traduzione di Emilio Tadini
adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
con Piero Mazzarella, Eugenio Allegri, Franco Oppini, Carlina Torta, Lucia Vasini

scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
musiche Michele Tadini
luci Marcello jazzetti
ambiente sonoro Paolo Ciarchi
si ringrazio per la collaborazione ai costumi Stephan Janson

Emilio Tadini - dal programma di sala

Chi traduce un testo deve cercare di leggerlo al meglio delle sue possibilità. Deve sforzarsi di entrare nel laboratorio dello scrittore che sta traducendo. Guardare da vicino le mosse – come maneggia e lavora la lingua…
Anche nel Lear Shakespeare mette prima di tutto in scena alternandoli, due registi della lingua tra loro contrastanti. Il registro alto, con una lingua indiretta, ricca di metafore echeggianti, ostinatamente strutturata secondo retorica. Ed il registro basso, con una lingua diretta, “povera”, volgare, immediata. Il contrasto, e l’intreccio, di queste due lingue – come sempre nel teatro di Shakespeare – ci emoziona, ci stimola, ci scuote di continuo. Fa sì che noi non ci si possa mai abbandonare a qualche abitudine dell’ascolto. (Anche Dante, nella Commedia, gioca con grande potenza su questo contrasto). A queste due lingue si aggiunge, qui, la lingua della follia. Si estende come una malattia contagiosa, questa lingua della follia. Attraverso tutta la tragedia, si manifesta sulla bocca di tutti i personaggi. Esprime abbandoni, evasori, furie, macchinazioni. Dà forma al desiderio. Scompigliandolo. Ogni tanto abbiamo addirittura l’impressione che quella lingua della follia sia addirittura predominante. Un indizio, un sintomo più che evidente. E allora il Lear non ci sembra la tragedia dell’ingratitudine, o della maestà offesa. Ci sembra proprio la tragedia della follia. La tragedia della follia del desiderio, chiaro o oscuro che sia. […]

Che il teatro sia una struttura della follia? O meglio: che mediante il teatro noi si lavori a fare della follia una vera e propria istituzione sociale? È come se Shakespeare ci dicesse che il teatro del mondo (il teatro che rappresenta il mondo e, insieme, quel teatro che è il mondo) non può consistere letteralmente,  non può prendere corpo – che in un dispiegarsi della follia. Ogni passione è un sintomo di quella follia. Il resto è, davvero, metafisica – puro sogno della mente. I

l buffone è come se eseguisse una specie di basso continuo. Una traduzione in tempo reale della lingua “normale” nella lingua dell’assurdo… La furia di Lear , posa e si placa quando lui, alla fine si immagina tolto dal mondo e dato alla prigione – difeso, per così dire, dalle mura di quella prigione – lui immagina di poter guardare, da spettatore, il teatro della verità. Che naturalmente, altro non è chela monotonia della follia del mondo.

Mettendo in scena il Lear nella limpida traduzione di Emilio Tadini, Andrée Ruth Shammah ha scelto di privilegiarne la dimensione intima e privata. […] Da non perdere.
Ugo Volli - Grazia
Anche stavolta non si rimane delusi: Shakespeare è sempre Shakespeare ma i suoi personaggi, a cominciare dal re, sono più dimessi, hanno perso molto della dimensione sovrannaturale, sono più vicini a noi, più umani. […] la Shammah ci offre uno spettacolo di analitica finezza, con momenti felicissimi, altri più sobri di emozioni.
Umberto Simonetta - Il Giornale
Andrée Ruth Shammah ha messo insieme una compagnia di imprevedibile unità ed entusiasmante allegoria, per un Re Lear che sarebbe piaciuto anche Shakespeare.
Daniela Cohen - La Notte
Restiamo in contatto
newsletter

Condividi
Restiamo in contatto
newsletter

Condividi

Ti trovi in una pagina di Archivio, se vuoi consultare la programmazione corrente visita la pagina Cartellone.

18 Ottobre - 30 Novembre 1997