Archivio / Teatro

Sior Todero Brontolon

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Sior Todero Brontolon

Note di regia – dal programma di sala

Ciò che colpisce in Todero è uno stato di claustrofobia, di chiuso, di grigiore, di polvere.

Non c’e spazio per la luce e quindi per la vita. La casa e, di conseguenza, lo spazio, assumono un valore altamente simbolico; diventano il luogo di un piccolo inferno domestico dentro il quale i personaggi, in un primo momento, si muovono come icone, come fantocci in attesa di diventare persone. Difficilmente questo spazio si apre all’esterno, agli altri; è lo spazio di un “malato”, di chi giustifica il risparmio considerandolo non solo punto d’onore, ma anche un fondamento dell’economia, mentre, in verità, è soltanto conseguenza dell’avarizia, della superbia, dell’ostinazione di un vecchio burbero, attossicato dalla brama di conservare, secondo la visione di Marcolina, la nuora che dopo anni di gelida e calcolata sottomissione, si ribella contro la diffidenza, i calcoli, la conduzione mortuaria dell’esistenza. Marcolina riscopre il valore della vita nel momento in cui la figlia deve iniziare, lei, la vita, magari attraverso un matrimonio meno infelice del suo, vissuto lontano dalla casa dove, tra una stanza e l’altra non si comunica ma ci si provoca.

La vita deve ritornare in quelle stanze vuote attraverso la luce che, nello spettacolo, assume significati diversi, divenendo qualcosa di maieutico, capace di tirar fuori tracce dell’esistenza; ma soprattutto attraverso i costumi che da grigi, lisi, polverosi, quasi monacali, si trasformano, lentamente, in fonte di colori che avanzano da ogni parte e che, nello sviluppo dell’azione, qualificheranno i personaggi femminili contrapposti a quelli maschili che si presentano con accumuli di costumi, per svestirsi man mano che i rapporti col padre-padrone assumono valenze diverse.

Insomma un Todero che mi ha fatto spesso pensare a Molière, meno atrabiliare, meno estremo di Arpagone, Tartufo, Argante e, quindi, meno tragico.

– Andrée Ruth Shammah

Dell’armonia, della freschezza, delle piccole ben pensate invenzioni, del pungente equilibrio dello spettacolo va reso merito alla regia di Andrée Ruth Shammah.

– Carlo Maria Pensa, Famiglia Cristiana


Ciò che in Molière reca l’impronta d’una reale misantropia rinasce in Goldoni all’insegna d’una quieta ragionevolezza borghese, che stempera il carattere dell’avaro nell’affettuoso affresco d’un mondo in via di mutamento. La Shammah intende bene tutto questo. La sua regia governa con garbo i tempi esatti d’un testo sapientissimo.

– Panorama


Andrée Ruth Shammah sa leggere il testo calandosi nelle sue modalità espressive, e ciò permette, al momento della rappresentazioni, che questa sia diretta con una scorrevolezza ed un rispetto dell’autore rari in quest’epoca di registi che amano essere protagonisti.

–Andrea Pedrinelli, Gazzetta Como e Lecco


L’allestimento di Andrée Ruth Shammah punta sull’approfondimento dei sentimenti e sulla lettura delle motivazioni psicologiche che muovono i personaggi in una scenografia essenziale ed intimista disegnata da Alessandro Camera.

– Valeria Crippa, Corriere della Sera