
Portare un figlio a teatro, soprattutto quando entra nella tumultuosa fase dell’adolescenza, non è un’impresa semplice. Se volete provarci, però, fatelo subito. Ancora per qualche settimana, ovvero fino al 1° marzo, al Teatro Parenti di Milano va in scena Chi come me (titolo ispirato a un gioco in voga tra i ragazzini negli Anni’ 70), incentrato sul tema dei disturbi di salute mentale degli adolescenti, argomento tanto difficile quanto attuale.
Un successo da tutto esaurito che ha reso necessaria una proroga alla programmazione per accontentare le richieste, che è diventano un cult con la sola spinta del passaparola ed è stato sostenuto anche dalla Fondazione Guido Venosta.
I numeri confermano: la pièce ha già conquistato oltre 25mila spettatori in circa 140 recite dal suo debutto, ad aprile del 2024. «Vedere la sala sempre piena di giovani con i loro genitori è qualcosa di commuovente» spiega Andrée Ruth Shammah, regista e anima del Teatro Parenti. L’idea nasce da una storia vera, frutto dell’esperienza fatta dal suo autore, Roy Chen, scrittore e drammaturgo israeliano che nel 2019, per sei mesi, ha lavorato a uno spettacolo teatrale con alcuni pazienti di un centro di salute mentale di Tel Aviv. «Quel periodo e quegli incontri sono stati il punto di partenza per scrivere del ragazzino che sono stato e siamo stati tutti e per ribadire che sì, a volte il teatro può curare le ferite» racconta Chen.