
« Quartett » di Heiner Müller è uno dei testi più frequentati da Compagnie che amano cimentarsi con un teatro d’accusa, spesso violento, ma poetico. Müller è stato collaboratore di Brecht e si è formato alla sua scuola. Sapeva tutto di Teatro Epico o di Teatro Didattico, solo che egli andò in cerca di paradisi estetici che avere a che fare con i miti dell antichità classica, con le riscritture di Filottete, Medea, Edipo, Prometeo e, come nel nostro caso, della riscrittura di un classico dell’Illuminismo, «Le relazioni pericolose» di Laclos, la cui riduzione cinematografica, con Glenn Close, John Malkovich, Miscelle Pfeifer, ci sconvolse, sia per il tema trattato, che per la qualità registica. Ricordo la prima edizione italiana (1995) che ebbe per protagonisti Ferdinando Bruni e Ida Marinelli, così come ricordo quella al Carignano di Torino (2014), con Laura Marinoni e Valter Malosti, anche regista. L’edizione di Maxmilian si, anche regista, insieme a Viola Graziosi, prodotta dal Teatro Della Città, in scena al Franco ti da oggi al 1 febbraio, arriva in un momento molto felice per l’autore, ritenuto dopo Brecht e insieme a Peter Hacks, il più grande drammaturgo tedesco. Il teatro di Müller si dispone come un campo di battaglia -battaglia di idee più che di forme -le sue trame sono disossate, caratterizzate da un linguaggio che evita i compiacimenti dei poeti che egli ha inteso riscrivere, come nel caso di Laclos, mostra avversione a ciò che ha a che fare col melenso, con lo sdolcinato, col lezioso, essendo, il suo linguaggio, privo di retorica, sempre diretto, ce di mirare al cuore, specie se privo di sentimenti, che trasforma la sessualità in un gioco pericoloso, perché spogliata da ogni forma di passione. Nei rapporti dei suoi personaggi non c è la raffinatezza del secolo dei Lumi, ma la violenza di chi odia le passioni artefatte, la finta spregiudicatezza sessuale.