
Confini
di Mattia Rizzi
Una luna bidimensionale appesa a un fondale scuro domina la scena di un moderno notturno. È sotto la sua luce artificiale che si consuma il dialogo tra George e Boatz, protagonisti di una distanza non tanto geografica, quanto piuttosto politica e culturale. Da una parte il Libano, dall’altra Israele: due paesi vicini, eppure separati da decenni di conflitti mai risolti, che qui diventano lo sfondo di un incontro virtuale nato grazie a Grindr.
La scenografia riflette questa separazione in modo speculare: due tavolini-scrivania simboleggiano le rispettive stanze, microcosmi isolati dai quali i due giovani si corteggiano. Al centro, un letto funge da unico elemento di raccordo, un ponte ideale che sembra congiungere due solitudini che, per gran parte della pièce, non riusciranno mai a guardarsi negli occhi.
Boatz è israeliano, studia a Gerusalemme e ogni tanto lascia trasparire l’asprezza di chi ha servito nell’esercito. Il suo militarismo affiora quasi come una prova di forza necessaria, un modo per dimostrare anzitutto a sé stesso che il suo orientamento sessuale non esclude il valore bellico richiesto dal proprio Stato. Dall’altra parte del confine, invece, c’è George, libanese, che vive la propria omosessualità nell’ombra, tra le pieghe di un Paese che non la tollera. Per questa ragione il ragazzo sembra evadere e rifugiarsi nel canto. Ed è proprio sulle note di Hymne à l’amour di Edith Piaf – eseguita dal vivo dallo stesso attore – che la narrazione si tinge di un rosa forse troppo marcato.
Il corteggiamento tra i due si muove lungo binari segnati da una certa ingenuità: note vocali, confessioni notturne e infine la proiezione del loro desiderio che trova in Berlino la sua terra promessa. La città del Muro diventa l’isola di pace agognata da chi è diviso da un confine di guerra. Ma proprio quando la distanza sembra accorciarsi e il sogno farsi carne in un abbraccio finale, la realtà irrompe violentemente: lo scoppio della guerra richiama Boatz al dovere, spezzando l’incantesimo di una storia che non riesce a fiorire.
Se la componente sonora — tra sirene, spari e bombe — riesce a restituire con efficacia la tensione del conflitto, la drammaturgia sembra a tratti scivolare in un registro lezioso. I dialoghi rischiano di cadere in una retorica che anestetizza l’emozione invece di alimentarla. Resta infatti il sospetto che la traduzione del testo originale non riesca a restituire appieno la forza del conflitto interiore dei personaggi, lasciandoci davanti a un amore che, come quella luna sul fondale, appare purtroppo solo bidimensionale.