© Luigi De Palma
Cartellone 2025 - 2026 / Teatro

La gatta sul tetto che scotta • 10 - 15 Febbraio 2026

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La gatta sul tetto che scotta • 10 - 15 Febbraio 2026

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"Aggressivo, come la gatta. Crudo, spiazzante, senza pietà".

La gatta sul tetto che scotta mette a nudo la famiglia perfetta e la riduce in cenere: rancori, avidità, desiderio, vergogna. Tennessee Williams scrive un testo urticante perché troppo vero. E Leonardo Lidi lo trasforma in una scena nuda dove palpita un universo teso e incandescente, dove attrici e attori liberano un’umanità feroce, fragile, senza assoluzioni. Uno peggio dell’altro: non si salva nessuno.

Eppure, nel disastro, qualcosa resiste.

Una forma ostinata di amore, fragile e tenace, che arriva alla platea come un colpo d’aria dopo l’asfissia.

Una festa di compleanno diventa resa dei conti: un patriarca malato, figli in lotta per l’eredità, una moglie disposta a mentire pur di non perdere tutto.

Dentro una scenografia bianca e marmorea — tomba della e nella famiglia — si consuma un dramma crudo e irriverente, che valse a Williams il suo secondo Premio Pulitzer. In questo allestimento di Lidi, il testo ritrova la sua scomoda verità: non quella di un melodramma, ma di un “ridicolo presepe vivente” — come lo definiva lo stesso autore — in cui ogni ruolo sociale è una gabbia.

C’è bellezza, poetica e drammaturgica, in tutto questo dolore. Nasce il desiderio di autenticità, di arrivare al nucleo delle questioni stralciando i fronzoli. E dunque, bravissime e bravissimi, attrici e attori.

– Maura Sesia, sipario.it


Uno spettacolo carico di una tensione emotiva che non esplode mai, e proprio per questo toglie il fiato.

– La Stampa


Uno spettacolo che convince per ritmo e coerenza, che attanaglia e disturba senza concedere tregua. Williams, come Čechov, resta necessario. Perché costringe a guardare la società attraverso la lente familiare, dove ogni amore è una contraddizione e ogni parola un campo di battaglia.

– Massimo Gonnelli, fermataspettacolo.it

NOTE DI REGIA – Leonardo Lidi

Mi sorprende sempre pensare che l’ultimo testo di Tennessee Williams, l’ultimo di cui le cronache hanno sentito parlare, sia una riscrittura personale del Gabbiano di Čechov, suo autore preferito. The Notebook of Trigorin è infatti una vera e propria dedica di un ammiratore al suo idolo da ragazzo. Questo amore, questa continuità, ha creato nella drammaturgia del secolo scorso un vero e proprio filo rosso che parte da Anton Čechov, passa da Tennessee Williams e si conclude con alcuni film di Woody Allen.
La società è raccontata tramite la famiglia e le proprie contraddizioni, le tantissime, le tonnellate di storie d’amore, le battute che tornano e che si rincorrono tra un autore e l’altro.
E così io, in questo viaggio personale, concluso il mio triennio Čechov (che non poteva, appunto, non partire da Gabbiano), mi trovo ora quasi obbligato a tornare su Tennessee Williams. E dico tornare perché è una casa che ho già abitato qualche anno fa con la messa in scena, discussa nella sua particolare ambientazione circense, del mio Zoo di vetro. Ora torno a Williams per lasciare Čechov senza lasciarlo. Torno a Williams perché credo che sia l’autore più utile a comprendere l’importanza dell’analisi della società attraverso la lente famigliare. Williams utilizza il ridicolo (e quindi ecco il perché dei miei clown tristi) per raccontare la tradizionale famiglia americana del Sud, la sua incapacità di avanzare, ferma in un ricordo, pronta a distruggere pulsioni sessuali “nocive” e a nascondere tutta la polvere della società occidentale sotto il tappeto.

La gatta sul tetto che scotta, qui nella nuova traduzione di Monica Capuani, è un testo che, film a parte, non ha avuto grande fortuna in Italia, e non è nemmeno uno di quei testi che vediamo spesso nelle stagioni teatrali, forse proprio per le controversie attorno al copione. Williams infatti, furibondo con i suoi contemporanei che l’hanno messo in scena e portato a Hollywood tradendo totalmente il messaggio e la natura del testo, decise di riscriverlo in una versione incontrastabile, una versione cruda, piena di volgarità e accuse, per dipingere il ridicolo “presepe vivente” che lo feriva tanto. È un testo che grida vendetta e anche verità. Se penso a Paul Newman che bacia appassionato Elizabeth Taylor nel finale del film posso immaginare la rabbia del povero Tennessee, totalmente ingannato e usato ai fini del mercato californiano.

La gatta sul tetto che scotta ci può aiutare oggi a considerare quanto siano lontane dal progresso naturale le forzature della famiglia tradizionale e le esternazioni sull’assonanza donna/madre. La protagonista dovrà ingannare il sistema/casa fingendosi madre perché, altrimenti, non sarà considerata come donna. Dovrà fingersi una contemporanea Maria con in grembo il futuro della società per non essere additata come una poco di buono, una povera creatura incapace di generare e quindi di esistere. Quando ho letto sui giornali, pochi mesi fa, il ritornello della donna che deve sentirsi realizzata solo in quanto madre mi si sono rizzati i capelli e ho deciso di rispondere con La gatta sul tetto che scotta.

10 - 15 Febbraio 2026

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