
Certo, il testo non aiuta. Il Misantropo è tra le opere più amare e filosoficamente dense di Molière. Se ci aggiungi la traduzione in versi settenari di Valerio Magrelli e la regia di Andrée Ruth Shammah, la sfida diventa più che ardua. Bisogna prepararsi per mesi, affrontare i momenti di crollo, imparare la musica di un testo classico finché non diventa respiro naturale e poi salire sul palco facendosi personaggio. Bea Barret, classe 2002, lo sa bene. Arriva dal cinema, ha un film in uscita a marzo, ma è Il Misantropo di Molière, in scena al Teatro Franco Parenti dal 3 all’11 marzo, a segnare il vero punto di svolta. Merito anche di chi ha creduto in lei. Perché scegliere Il Misantropo per un debutto non è casuale e solo l’intuizione di una grande regista come Andrée Ruth Shammah, che in passato ha lanciato Isabella Ferrari e Giuliana De Sio, poteva coglierlo. Il testo infatti è stato scritto nel 1666 nel periodo più tormentato della vita di Molière, facendone al tempo stesso la sua opera più autobiografica e una riflessione sull’ipocrisia sociale e sul prezzo della sincerità. Al centro dello spettacolo c’è Alceste, interpretato da Fausto Cabra, un uomo bramoso di sincerità intrappolato in un mondo ipocrita. Di fronte a lui, Célimène: civettuola, libera, padrona del salotto che la circonda, ma anche una ventenne spaventata dalla solitudine che sceglie, fino in fondo, sé stessa. Una figura del Seicento che parla dritto al 2026.