Il Foglio – Benedetta Pazzia

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Sono gli anni Sessanta. Il compagno di lei, Citto Maselli, l ha appena tirata fuori da un ospedale psichiatrico dove è stata sottoposta a numerosi elettrochoc che le hanno fatto dimenticare quasi tutto, e l ha affidata alle cure di uno psicanalista, Ignazio Majore, che va a trovarla a casa perché lei non riesce a uscire, non riesce a fare niente. Ricorda qualcosa di sua madre, l intransigente sindacalista che non voleva essere disturbata quando leggeva, e preferiva il chiasso alle domande, preferiva sentire, dall’ altra stanza, sua figlia che provava monologhi per presentarsi in Accademia anziché parlare con lei -“Goliarda, il rumore del lavoro non può disturbare nessuno”. Ricorda assai meno di suo padre, avvocato socialista che non la mandò a scuola perché temeva che l educazione scolastica italiana fosse ancora troppo impregnata di fascismo. Non ricorda niente del suo amore, Citto, ed è terrorizzata all idea di essersi sposata ( non l ha fatto) “Conosco un sacco di ribelli che con la scusa della mamma che altrimenti sarebbe morta di crepacuore hanno finito per sposarsi.

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