
Sparisce dietro una quinta, si infila in un piccolo corridoio, attraversa il foyer con passo svelto, distribuisce un paio di indicazioni a due ragazzi che indossano una tuta rossa, sale una scaletta e approda su un palco, saluta Pierfrancesco Favino che sta per cominciare il suo spettacolo, gli cambia la sedia che è l’unico elemento d’arredo. Lui sembra perplesso. Lei è un moto perpetuo. Rivolta a noi: «Andiamo a mangiare». L’uscita è chiusa, serve una chiave. «Io non ce l’ho». E chi ce l’ha? «Sono qui da quarantasei anni e non l’ho mai avuta. Mi piace questa provvisorietà».
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