Sik-Sik. Incontro con Dario D’Ambrosi

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Tutti non ci sono, l’autobiografia di Dario D’Ambrosi

di Chiara Narciso

«Questo libro è una missione, un esempio di come, chi ha una visione e non si ferma di fronte alla paura, ha coraggio e riesce a portarla avanti», così Andrée Ruth Shammah introduce Tutti non ci sono di Dario D’Ambrosi. Edita da Le Commari edizioni e presentata presso il Teatro Franco Parenti il giorno 6 maggio 2022, l’autobiografia mira a tracciare il percorso di formazione e scoperta umana che hanno reso D’Ambrosi uno dei maggiori esponenti del teatro d’avanguardia italiano. D’Ambrosi, durante l’incontro moderato da Nancy Squitieri, racconta di come il teatro non fosse da sempre al centro dei suoi interessi: la sua vera passione era il calcio. Iniziando però a sperimentare in ambito teatrale tra gli anni ’70 e ’80 a Milano, si soffermò sull’interpretazione di personaggi follie questo incontro lo portò alla decisione drastica di farsi internare in una clinica psichiatrica. «La mia scelta di entrare per tre mesi nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini derivava dalla volontà di osservare da vicino il comportamento delle persone internate. L’esperienza si rivelò traumatica, la notte non dormivo perché, vivendo in un ambiente squilibrato, dovevo impegnarmi a ricordare il nome degli oggetti senza confonderli, per esempio avevo la necessità di rammentare che il letto o il cucchiaio si chiamassero così», spiega D’Ambrosi.

La lettura di una sezione del libro, affidata all’attore Riccardo Ballerini, permette di proseguire con il racconto della sua vita a New York, dove si era trasferito negli anni Ottanta. Qui, arrivato come lavapiatti e con una valigia contenente solo una camicia di forza, esordisce a diciannove anni con la sua opera Tutti non ci sono, grazie alla fiducia riposta in lui da Ellen Stewart, fondatrice del Cafè La Mama. Il suo debutto, come autore e interprete, riscuote un grande successo, grazie alla produzione di uno spettacolo che rielabora la sua esperienza in manicomio.

Così inizia la sua attività da attore e regista, sia in ambito teatrale che cinematografico, nota in tutto il mondo. Dal libro si evince la necessità di D’Ambrosi di indagare, attraverso l’arte, gli aspetti più oscuri e impensabili della mente umana. Nel 2009, però, decide di cambiare la prospettiva con cui guardare il teatro: non più lavorando attivamente sulla scena, ma fondando a Roma il Teatro Patologico e continuando il suo lavoro di ricerca, fortemente legata alla componente formativa. I laboratori e propongono alcuni esercizi anche piuttosto violenti e forti, spiega l’attore, che incoraggiano gli allievi a esprimere le loro emozioni nel modo più puro e netto. I ragazzi, affetti da patologie cognitive, stanno anche prendendo parte a uno studio che ne valuta le variazioni cerebrali ed emotive in risposta a questi esercizi. D’Ambrosi continua sottolineando come il lavoro teatrale potrebbe rappresentare una rivoluzione nel trattamento di queste patologie, permettendo di ridurre addirittura le somministrazioni di psicofarmaci. Il risultato di questa ricerca, che sarà sviluppato attraverso protocolli scientifici, verrà presentato al convegno mondiale delle Nazioni Unite che si terrà il prossimo giugno.

L’evento si chiude con un intervento della dottoressa Patrizia Nesticò, dirigente dell’Istituto Comprensivo Aldo Moro di Abbiategrasso, che dopo aver visto il documentario dell’Odissea, spettacolo curato dall’artista e interpretato dai ragazzi del Teatro Patologico, ha deciso di attivare una serie di corsi di teatro per gli insegnanti. D’Ambrosiha espresso la sua gratitudine nel poter operare in un Paese come l’Italia, tra i primi ad abolire i manicomi, e all’avanguardia nel trattamento di queste patologie. Attraverso i corsi offerti dal Teatro Patologico, aggiunge l’attore, i ragazzi con disabilità psichiche vengono accompagnati in un percorso che permette loro di conseguire anche una laurea. Grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, infatti, D’Ambrosi ha fondato il primo corso universitario al mondo di Teatro Integrato dell’Emozione.

La scrittura accessibile del libro rende chiara la realtà vissuta e indagata nei diversi momenti della vita di D’Ambrosi. «Questi ragazzi mi hanno insegnato la sincerità, l’onestà e tante altre cose che noi trascuriamo, ma soprattutto di avere rispetto delle altre persone», afferma l’attore, richiamando l’importanza e la necessità di questo incontro umano indispensabile e profondo.

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