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Tutti sulla stessa barca
di Anna Farina

La fine del mondo comincia con la quarta parete già rotta. Gli attori dicono «iniziamo» salendo dalla platea. Uno è vestito da tecnico, indossa una maglia con scritto crew. È con questa ambientazione scenica ibrida che la regia di Claudio Autelli e la drammaturgia di Fabrizio Sinisi scelgono di comunicare al pubblico che, parallelamente alla finzione scenica da accogliere per dare vita al gioco teatrale, la pièce non ha che una minima soluzione di continuità con l’effettivo presente di chi è in sala.

In effetti è facile entrare in contatto, oggi, con prodotti culturali che tentino di dare una lettura artistica e spunti di “invenzione del futuro” partendo dalla non immotivata e attualissima angoscia per la prossimità a un certo collasso dei tempi, la si chiami eco-ansia, razionale paura, timore di una annunciata fine della storia. L’obiettivo, nel caso di questo spettacolo, è quello di offrire una riflessione sull’indifferenza davanti a una catastrofe naturale certa. Il pubblico è condotto su una nave dove si sta tenendo un grande festeggiamento, accompagnato da uno spettacolo teatrale, alla soglia della sommersione di una Venezia contemporanea e avveniristica. Qui troviamo le sorelle Atena (Anahì Traversi) e Dora (Alice Spisa). La prima è una fredda e calcolatrice attivista ambientale, sposata con un magnate e filantropo internazionale; la seconda un’attrice che recita con Luca (Umberto Terrauso), collega ed ex-fidanzato, a sua volta fratello di Diego (Angelo Tronca), ricoverato in un centro psichiatrico.

La messinscena di questi personaggi segue il ritmo di un conto alla rovescia che sovrasta la scena, e, mentre i minuti scorrono con regolarità inesorabile, le parole descrivono un presente intrecciato a un passato, che finisce per spodestare l’ora in un collasso finale di piani temporali. Il dialogo acquisisce i tratti di una profonda indagine sui rapporti umani, parentali, sull’irrisolto psicologico di infanzie costellate dalla malattia mentale, dalla neurodiversità. La colpa del malessere, specchio individuale dell’apocalisse, è attribuita da un fratello all’altro, da una sorella all’altra, e i padri sembrano essere “i buoni”. A dare questa idea è la definizione dicotomica delle coppie di personaggi: gli “attori” Dora e Luca cercano l’empatia del pubblico mostrando la propria normalità; i loro fratelli Atena e Diego, invece, da fastidiosi si trasformano nel reagente che mette in crisi la veridicità della narrazione principale.

Una drammaturgia che si pone in modo estremamente efficace e sottile nella postura shakespeariana di «accettare il peso di questo tempo arduo. / Dire non quello che conviene, ma quello che sentiamo veramente», è colta da una regia altrettanto complessa e allo stesso tempo rivelatrice perché accessibile al pubblico. La fine del mondo è solo la prima sponda da cui muove questo spettacolo, per arrivare alla lotta di figli che forse stanno facendo gli stessi errori dei padri. Forse li stanno invece a fatica cancellando con la verità del detto, «Parla!», che supera sempre il taciuto.

Andrée Ruth Shammah introduce La fine del mondo parlando di una stagione teatrale dai tratti dionisiaci, disperati che sta volgendo al termine, riferendosi al lavorio di chi è sempre roso dal tarlo dell’instabilità del presente e dalla paura di non utilizzarlo a pieno. Non poteva concedere apertura migliore a uno spettacolo in cui la catastrofe collettiva è, come sempre, della stessa misura del privato. Perché siamo umani: il punto non è la distruzione della natura, ma il rischio concreto della nostra estinzione. Ci fa paura dal momento che la nostra piccola mente non può accettare che esisterà un tempo in cui non vivremo.

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