a cura di Jean Blanchaert
In Amleto tutto comincia da un’apparizione. Un volto che ritorna dal regno dei morti mette in movimento la tragedia e costringe i vivi a interrogarsi su ciò che vedono, su ciò che sanno, su ciò che credono di sapere.
Da quel momento, l’intero dramma shakespeariano sembra attraversato da una domanda: che cosa può rivelare un volto?
È precisamente dentro questa domanda che si colloca il lavoro di Marco Benedetti e Giancarlo Caligaris.
Gli Amleti nasce come un’indagine sui personaggi della tragedia shakespeariana: non soltanto Amleto, Ofelia, Claudio o Polonio, ma anche Rosencrantz, Guildenstern e le figure apparentemente marginali, quelle che attraversano la scena per pochissimo tempo, talvolta per una sola battuta. Il progetto restituisce così una sorta di comunità tragica: diciassette personaggi, diciassette esistenze coinvolte, in misura diversa, nel medesimo meccanismo di sospetto, desiderio, violenza e morte.
Benedetti e Caligaris non illustrano Shakespeare, lo mettono in contraddizione. Diciassette personaggi della tragedia shakespeariana, ciascuno affidato a due interpretazioni, trentaquattro facce. Le loro immagini non cercano di accordarsi. È proprio la distanza fra uno sguardo e l’altro a ricordarci qualcosa che tendiamo a dimenticare: i personaggi non esistono indipendentemente dalle interpretazioni che ne facciamo. Esistono tanti Amleti quanti sono coloro che lo hanno letto, recitato, diretto, tradotto, disegnato, immaginato. Il ritratto, che per secoli è stato utilizzato per affermare un’identità, qui produce l’effetto contrario. Moltiplica l’identità, dimostra che un personaggio non possiede un volto fino a quando qualcuno non glielo immagina.
Benedetti vede un Amleto; Caligaris ne vede un altro. Tra quelle due facce esiste uno spazio vuoto. È lì che abita Shakespeare. Questi ritratti entrano in un teatro, un luogo nel quale nessun personaggio possiede stabilmente un volto.
Ogni sera un essere umano entra in scena e presta il proprio corpo a qualcuno che non esiste. Amleto, Ofelia, Claudio hanno avuto migliaia di facce. Benedetti e Caligaris ne aggiungono altre due, ma i loro personaggi, questa volta, non salgono sul palcoscenico. Sono immagini. Lo spettacolo comincia e finisce. Gli attori si tolgono i costumi. Le luci si spengono. Gli spettatori abbandonano la sala.
Loro rimangono. Trentaquattro facce per diciassette persone che non sono mai esistite. O che forse esistono da più di quattrocento anni proprio perché continuiamo a prestare loro le nostre.
– Jean Blanchaert, Irina Eschenazi