Sik-Sik. I giovani critici del Teatro Franco Parenti

Sik-Sik. Bianco desiderio: la femminilità indocile di Blanche DuBois

28 Novembre 2025
Scena dello spettaolo Un tram che si chiama desiderio

Bianco desiderio: la femminilità indocile di Blanche DuBois
di Federico Demitry

Al Teatro Franco Parenti approda una nuova lettura di Un tram che si chiama desiderio firmata da Luigi Siracusa, che riafferma la modernità radicale del testo di Tennessee Williams. Arrivata a New Orleans dopo aver perso ogni cosa (la casa di famiglia, la reputazione e la fiducia nel mondo), Blanche cerca sollievo dalla sorella Stella, ma trova l’urto tra la sua sensibilità tragica e il realismo brutale del marito di lei, Stanley Kowalski, operaio figlio di immigrati che difende territorio, virilità e potere come fossero la stessa cosa. Un altro uomo, amico fraterno di Stanley, Mitch, le offre temporaneamente l’illusione dell’amore, finché la scoperta del suo passato non diventa pretesto per un nuovo, ennesimo rifiuto.

Una drammaturgia ridotta all’essenziale e concentrata, in questo riadattamento di Siracusa, che comprime l’originale di Williams nei rapporti di forza tra i quattro personaggi principali. Una scelta che ha il pregio di far emergere gli snodi decisivi dell’arco narrativo e che collima con la regia: lo spazio scenico è chiuso in un unico ambiente, soffocante come le dinamiche che vi prendono forma, una casa troppo piccola per contenere tensioni, ricordi e desideri in conflitto. I corpi si urtano, si schivano, si inseguono, cosicché la messinscena trasforma la vicinanza in minaccia.

Ma è soprattutto il personaggio di Blanche DuBois, interpretata da Sara Bertelà, a stagliarsi come figura che sfugge a ogni definizione. L’autore la disegna contraddittoria: porta un nome che evoca candore e purezza, ma possiede una storia che ne smentisce gli archetipi. La società vorrebbe rinchiuderla nell’immagine dell’angelo fragile, mentre Blanche non incarna tale idealizzazione. Vive una sessualità libera, non come seduzione calcolata ma come bisogno di contatto umano, di essere accolta. È qui che appare la modernità di Williams, che ci consegna un personaggio capace di smascherare, con il suo stesso corpo, la falsità dei modelli femminili.

È questa stessa impossibilità di incasellarla a trasformare Blanche in bersaglio. Mitch la rifiuta per salvare la propria rispettabilità, mentre Stanley la violenta perché lei gli oppone un’identità che non può dominare. La violenza diventa il linguaggio con cui una mascolinità fragile difende sé stessa, eliminando ciò che non riesce a governare. Blanche non viene punita per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: una femminilità libera, non addomesticabile.

In questo senso, Un tram che si chiama desiderio continua a interrogarci non solo come storia di violenza di genere, ma come radiografia di un sistema che punisce chi sfugge alle categorie. Blanche non è vittima perché fragile, ma perché libera in un mondo incapace di accogliere la libertà, soprattutto quando appartiene a una donna; e che alla potenza magica e trasformativa del desiderio risponde con la spietatezza del realismo, la brutalità della norma e, se non bastasse, la ferocia.

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