
I corpi che non avremo riflette sulla mutazione antropologica in corso.Mattia compie trentatré anni e li festeggia da solo, nel lindo monolocale da cui non esce da mesi. Soffia sulle candeline, canta la canzoncina di rito, beve una tazza di latte con il Nesquik e si mette su youporn. Gli auguri arrivano in una valanga di notifiche su whatsapp, instagram, facebook. Il mondo sembra esistere là fuori, ma resta appunto fuori, perché Mattia, nel mondo, non ci vuole più andare. Gli manca lo strumento fondamentale per farlo: il corpo. Scomodando Heidegger, potremmo dire il corpo vissuto, che poi sarebbe il modo per essere nel mondo al cospetto dello sguardo degli altri. Questo corpo è stato annichilito dalle immagini di altri corpi: perfetti, levigati, scolpiti, immuni all’ oscenità della carne che invece puzza, suda, ingrassa, cede, marcisce. C’è una notevole scommessa filosofica e un altrettanto notevole metabolizzazione drammaturgica alla base di I corpi che non avremo, ma abilmente camuffate in uno spettacolo che riesce a essere persino commedia nel riavvolgere l’ educazione sentimentale di questo giovane uomo in dialogo con il suo doppio, proiezione allucinata e implacabile di una guerra combattuta già dall’ infanzia, quando la scoperta del corpo si fa trauma nel momento della massima esaltazione di una partitella a pallone.
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