
Spiazza un poco ritrovarla in una parte così tragica, lei che ci ha abituati a interpretazioni brillanti, dall’ultimo Amleto al quadrato di Filippo Timi, il primo a lanciarla a teatro anni fa quando lei lavorava soprattutto in televisione (ricordate la Melevisione e Tutti pazzi per amore?), alle regie di Andrée Ruth Shammah di cui è una delle attrici di riferimento. E proprio Shammah, che già le aveva offerto una bella prova d’attrice monologante nella Maria Brasca di Testori, ha avuto l’idea di affidarle questo testo, tratto dalla prima pièce per il teatro di Nicoletta Verna, già autrice del romanzo I giorni di vetro, in cui indagava la figura di una donna nel ventennio fascista. Qui siamo, invece, negli anni 40, appena dopo la fine della guerra: Maria, rimasta vedova, cerca di sopravvivere alla povertà atavica che la seguita: «Maria Stuarda si ritrova questo nome così importante per una ragione buffa – racconta l’attrice –. Il padre era così povero che per prenderlo in giro lo chiamavano il re di Savoia. Così le ha dato il nome di una regina. La sua è la storia della regina degli umili. Rimasta sola, perché il marito durante la guerra è rito in Russia, si ritrova ad affrontare i pericoli e la fatica di una vita in quel periodo duro. È costretta a cercare lavoro per sopravvivere, e quando lo trova in un calzaturificio le sembra la cosa più bella del mondo». Invece si rivelerà un incubo, con il padrone della fabbrica che tenta di violentarla, lei che reagisce e finisce un processo. «È una donna che ha preso le cose così come vennero, con semplicità e candore, senza che le venissero mai in mente di domandarsi se era giusto o sbagliato. Fino a quando la vita non la mette davanti a una realtà che non si aspettava. Inizia a farsi delle domande e affiora il suo vissuto con il marito, si capisce che in casa ha subito violenza, ma senza mai mettere in discussione quello che stava vivendo.