Sik-Sik. I giovani critici del Teatro Franco Parenti
Sik-Sik. Solo quando lavoro sono felice
7 Maggio 2026

di Mattia Rizzi
Nella Sala Tre del Teatro Franco Parenti bastano due sedie e un paio di microfoni a costruire lo spazio di Solo quando lavoro sono felice, spettacolo ideato e messo in scena da Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa.
Fin dalle prime battute è chiaro che la quarta parete non esiste più. I due attori la ignorano e la scavalcano con grande scioltezza: entrano ed escono dallo spazio scenico, invadono la platea e interrogano direttamente il pubblico. Le luci si accendono sugli spettatori e li chiamano in causa. Chi guarda è costretto a partecipare, o almeno a prendere posizione. D’altronde il tema è urgente e ci riguarda tutti: che ruolo ha il lavoro nelle nostre vite?
In un dialogo serrato e brillante, Maragoni e Fettarappa si muovono come due trickster che sabotano ogni aspettativa. La questione del lavoro attraversa ogni generazione ed è stata osservata da tutte le lenti delle varie ideologie. Ma sotto i ferri di questi moderni istrioni le categorie tradizionali perdono consistenza e i confini si fanno opachi. Se un tempo la distanza tra lavoratori e padroni sembrava tracciata con chiarezza, oggi, nell’epoca dell’autoimprenditorialità, quella linea si assottiglia fino quasi a sparire. Non siamo diventati ormai, del resto, tutti i capi di noi stessi?
Grazie a una performance energica, tra pezzi di stand up comedy e momenti più convenzionalmente teatrali, emergono, in rapida successione, frammenti di un immaginario condiviso: tirocini infiniti e non retribuiti, master che riempiono il vuoto tra l’università e il lavoro, il desiderio contraddittorio di un posto fisso e la tentazione di sottrarsi del tutto alla logica produttiva.
Uno dei punti di forza dello spettacolo è poi la qualità del testo drammaturgico. I due giullari saltano da un registro all’altro e sulle loro bocche il lessico impegnato del Novecento – luddismo, marxismo, lotta di classe – si intreccia a quello ridicolo del presente, fatto di anglicismi da open space milanese. Il risultato finale è un impasto linguistico che, si parva licet, ricorda la densità espressiva gaddiana.
A sostenere tutto questo, infine, c’è la presenza scenica degli attori, che reggono il palco con energia e precisione, senza mai perdere il controllo del ritmo sostenuto della pièce. Ne consegue uno spettacolo che riesce a rimettere al centro – senza retorica ma con intelligenza – una questione da cui è difficile sottrarsi: che cosa significa, oggi, lavorare.
Una risposta lo spettatore non riesce a trovarla, ma esce dalla sala con la sensazione che la domanda, più che risolta, sia stata finalmente messa a fuoco.




