Cartellone 2026 - 2027 / Teatro
Ridi, piangi, ti ecciti Date: 17 - 21 Novembre 2026
© Dorin Mihai
Cartellone 2026 - 2027 / Teatro
Ridi, piangi, ti ecciti Date: 17 - 21 Novembre 2026
© Dorin Mihai
di e con Alessio Genchi e Innocenzo Capriuoli
produzione esecutiva Progetto Goldstein ETS
Spettacolo Finalista In-Box 2025-26
Ridi, piangi, ti ecciti attraversa a velocità vertiginosa i compleanni di un uomo qualunque: infanzia, desideri, aspettative, traguardi, delusioni, paternità, vecchiaia. Una successione di polaroid animate, tra sketch, poesia e rituale, compone la parabola di un uomo che corre dietro alla propria vita senza riuscire davvero ad abitarla.
Alessio Genchi e Innocenzo Capriuoli abitano insieme un unico personaggio senza nome, un antieroe fantozziano che rincorre gli schemi e i traguardi promessi dalla società senza chiedersi quanto gli appartengano davvero. Più che del sistema, è vittima dei propri automatismi: attraversa emozioni che non sa nominare e relazioni che non sa abitare, fino a non riconoscere più nemmeno le semplici architetture di un abbraccio.
Tra autobiografia e immaginario collettivo, lo spettacolo diventa una sorta di rituale contro la velocità dell’esistenza: vivere in scena una vita tutta d’un fiato per provare, almeno per un momento, a fermarla. E ritrovare il coraggio di essere presenti a se stessi, di ridere, piangere ed eccitarsi senza paura.
NOTE DI REGIA
Ridi, piangi, ti ecciti nasce come primo capitolo di una ricerca sull’uomo medio contemporaneo.
Osservando la velocità con cui ci siamo ritrovati entrambi oltre i 30 anni, ci siamo chiesti quanto autentiche e profonde fossero le nostre vite o quanto invece fossero la replica quasi inconsapevole di modelli proposti dal sistema patriarcale e capitalista. Abbiamo perciò creato uno spettacolo per esorcizzarci da questa velocità, quasi un rituale psicomagico che ci permettesse di vivere in una sola volta tutto il tempo lineare che di media ci verrebbe concesso così da risvegliare in noi e, speriamo, nel pubblico il coraggio di tendere alla verticalità, alla ricerca di un senso senza reali risposte o più semplicemente a un’esistenza più consapevole e presente in cui anche un uomo possa ridere, piangere ed eccitarsi senza paura.
È emerso così un archetipo del maschio medio contemporaneo, specchio forse di ogni uomo seduto tra il pubblico, che è prima di tutto vittima di se stesso: soffre una vita che non lo ha appassionato a nulla e in cui ha cercato di rincorrere gli schemi e i traguardi dettati da una società sempre più complessa, senza farsi alcuna domanda.
Giocando a nascondino con se stesso, come intuibile da una filastrocca che proponiamo più volte e con cui abbiamo legato alcuni dei sensi, non riuscirà mai a trovarsi e a fare un reale contatto con le sue verità. Un bambino che, forse in quanto tale, non ha ricevuto abbastanza affetto e che, cresciuto, ha navigato i mari delle sue emozioni senza bussola arrivando così a non conoscere neppure le semplici architetture di un abbraccio rivolto alla figlia. In uno scenario tragicomico la sua vita scorre rapidissima, qualche manciata di minuti oltre l’ora.