adattamento e regia Dario D’Ambrosi
interpreti gli attori con disabilità della Compagnia Stabile del Teatro Patologico


Un’interpretazione fuori dagli schemi, nata dal desiderio di avvicinarsi all’esperienza interiore di Dante, andando oltre il “velo” delle parole per esplorare gli aspetti più profondi dell’esperienza umana: conflitti interiori, pulsioni antisociali, dolore, paura, ira e violenza, ma anche gioia, piacere, beatitudine e pace. Attraverso la potenza estetica della poesia, D’Ambrosi propone una rilettura straordinaria della Commedia.
All’Inferno troviamo personaggi incomprensibili e disturbanti, proprio perché lasciati vegetare nel profondo. Qui rivive il loro diritto di raccontarsi e di tornare vivi nella coscienza di chi li osserva. In Purgatorio emerge il tema della cura, della terapia psichica e farmacologica, come tentativo di tamponamento del disagio. Si ritrova un senso di speranza e ogni cornice scenica rappresenta una conquista terapeutica. Infine, in Paradiso si sviluppa l’immagine reale di ciò che la persona con disabilità desidera: comprensione e accettazione, in un’allegoria che conduce all’unione con il Principio, Dio, inteso come diritto elementare all’Amore.


Il tema della follia intrecciato a grandi questioni del nostro tempo: emarginazione, integrazione, potere e sopraffazione. Ulisse, eroe tragico ma coraggioso, costretto a combattere per vedere affermata la propria identità, rispecchia il dramma dell’attore della compagnia del Teatro Patologico che in scena riproporrà il proprio isolamento, il desiderio di lotta perché i propri diritti vengano riconosciuti e la propria identità integrata nel tessuto civile in cui vive. L’emarginazione di Ulisse, uomo nuovo che sogna il ritorno verso l’amata Itaca, è specchio profondo della quotidianità che la persona con disabilità vive da parte di chi non la comprende, non la sostiene e non la accoglie come parte desiderata della comunità.
Come Ulisse riconquista la propria casa grazie all’intelletto e all’arguzia, così la persona con disabilità psichica reclama la possibilità di contribuire a un’evoluzione del proprio posto nel mondo. Attenzione particolare merita la figura di Penelope, che nel dramma verrà esaltata nella sua potenza e tenacia di donna che attende la figura dell’amato, che ne desidera il compimento perché si possa tornare alla vita comune. In questo, non si può non rivedere la forza e fedeltà della famiglia che come radice sostiene la persona con disabilità e ne diviene baluardo e porto sicuro nel mare in tempesta.


“C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.” Questo è l’incipit de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, uno dei più importanti capolavori della letteratura italiana, dove il protagonista diventa simbolo universale della difficoltà di crescere, di affermare la propria identità e di trovare un posto nella società. Essere Pinocchio oggi significa confrontarsi con ostacoli, deviazioni, figure ingannevoli e con la fatica di ascoltare le voci buone che indicano la strada. Ma Pinocchio è anche resilienza: nasce dal legno, si rompe, cade, si rialza, impara e disobbedisce. È fragile e imperfetto, ma animato da un desiderio profondo di diventare “vero”.
Lo spettacolo di Dario D’Ambrosi ripercorre la storia al contrario, dalla pancia del Pesce-Cane fino alla creazione del burattino da parte di Geppetto. Un viaggio a ritroso che interroga lo spettatore: Vale la pena lottare per diventare persone e non restare burattini?