Archivio / Teatro

Il filo di mezzogiorno

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Il filo di mezzogiorno

Un testo sfolgorante, una rappresentazione imperdibile e una regia potente.

Repubblica

Tratto dal romanzo autobiografico di Goliarda Sapienza, lo spettacolo è un viaggio nell'anima di una donna, una femminista, una partigiana.

Magnifici gli interpreti, Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco.

Mario Martone, poliedrico regista teatrale e cinematografico e sceneggiatore incontra il mondo di Goliarda Sapienza – autrice del grande successo postumo L’arte della gioia. Donna fuori da tutti gli schemi e anche dalle ideologie politiche del suo tempo, fu prima partigiana, poi femminista, sempre controcorrente e contro il conformismo che ha lottato con ogni mezzo, primo fra tutti la scrittura.

Il suo romanzo Il filo di mezzogiorno (1969), qui riadattato da Ippolita di Majo per Donatella Finocchiaro, ripercorre con lucidità e una straordinaria dovizia di particolari il suo percorso psicanalitico vissuto dopo il periodo di depressione sfociato in un tentativo di suicidio. Goliarda insegue la sua memoria, i ricordi, le sensazioni, le libere associazioni, lo psicoanalista la guida, l’accompagna e riesce a condurre la scrittrice dalle tenebre nelle quali il ricovero in manicomio e i ripetuti elettroshock l’avevano sprofondata, alla luce della coscienza e al recupero della propria identità.

Uno spettacolo incandescente [...] Due attori indispensabili l’uno all’altro nel sofisticato adattamento di Ippolita di Majo, che riesce senza sbavature a tenere insieme tutti i piani narrativi, quello autobiografico, quello di critica sociale, quello scientifico, in un’alchimia e in un equilibrio in cui nessun sapore e nessun profumo predomina sull’altro. Che dire poi della perfetta regia di Mario Martone, cinematografica quel tanto che basta, in grado di fondere con perizia e maestria il linguaggio filmico e quello teatrale. Operazione teatrale impeccabile.
mentinfuga
Vivere senza rinunciare all’intensità insopportabile del dolore e del desiderio. Mario Martone e i magnifici interpreti de Il filo di mezzogiorno, Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco, ci guidano nel labirinto della mente, nell’unico luogo in cui è possibile accarezzare le ferite dei sogni.
Roberto Andò
Nell’adattare il testo per la scena, ho immaginato che l’azione si potesse svolgere in due diverse zone del palcoscenico che sono anche due ‘zone’ del mondo interno di Goliarda.
La zona 1 è uno spazio vuoto, buio, onirico, una zona appartata e solitaria, sprofondata nei meandri dell’inconscio.
La zona 2 invece è il luogo della realtà, della relazione, è la sua casa, il luogo in cui i fantasmi prendono corpo, ma sono arginati dall’incontro con il dato reale, è il posto in cui ogni giorno viene a farle visita l’analista che l’ha presa in cura.
Ippolita di Majo
Lo studio del mio analista era un rettangolo pronunciato, per un anno l’ho guardato seduto su una poltrona, schiena al lato corto dove c’era la porta d’ingresso, l’analista seduto davanti a me. Guardavo la porta a destra sul lato lungo e pensavo che oltre quella porta ci fosse la stanza col lettino. Quando il mio analista mi disse che nella seduta successiva mi avrebbe voluto sul lettino gli chiesi “Dunque andremo in quell’altra stanza?” ma lui mi invitò a guardare alle sue spalle: “Il lettino è lì”. Non l’avevo mai visto. Forse da questo episodio è scaturita l’idea di sdoppiare la stanza di Goliarda, non lo so. So che ho amato il mio analista Andreas Giannakoulas e che alla sua memoria dedico oggi questo spettacolo
Mario Martone