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Scena dello spettacolo Solo quando lavoro sono felice

Cartellone / TeatroThe Youth Club

Solo quando lavoro sono felice

© Serena Pea

Archivio / TeatroThe Youth Club

Solo quando lavoro sono felice

Scena dello spettacolo Solo quando lavoro sono felice
Scena dello spettacolo Solo quando lavoro sono felice

© Serena Pea

Un duello performativo che smaschera il lavoro come religione moderna.
Due attori, un’idea feroce, una platea coinvolta fino allo stordimento.

Vincenzo Sardelli - klpteatro.it

Che ruolo ha il lavoro nelle nostre vite? È una parte o è la vita stessa? Un racconto critico e ironico che supera la scena e mette a nudo la realtà contemporanea.

Il nostro essere è definito in buona parte da quello che facciamo. E quello che facciamo, lo facciamo sempre, siamo operativi tutto il giorno, tutti i giorni. Dopo il precariato, la nuova frontiera tossica del lavoro è uno stato di autosfruttamento continuo, difficile da riconoscere e da interrompere.

 

Il capo di Lorenzo Maragoni si chiama Lorenzo Maragoni e pretende da Lorenzo reperibilità assoluta: anche di venerdì sera, nel mezzo di una conversazione avvenuta per caso in un bar. Lorenzo ama sé stesso, ma solo come collega. Si frequenta durante il lavoro, durante pranzi o pause di lavoro, durante aperitivi di lavoro. A volte si sta simpatico, a volte meno, proprio come un collega.

Il capo di Niccolò Fettarappa si chiama Niccolò Fettarappa e lascia che Niccolò si svegli alle undici e mezza, ma poi lo rimprovera perché lo ha lasciato dormire fino alle undici e mezza. Niccolò, il capo di Niccolò, sogna il successo, riconoscimenti e alte quotazioni in borsa. Niccolò, invece, rinuncerebbe volentieri a qualsiasi cosa, pur di poter continuare a dormire. Questi contrasti interni, fanno sì che l’azienda Fettarappa viva in uno stato di confusione cronica, in bilico tra febbrile ambizione e indolenza.

Una riflessione brillante, tagliente e paradossale sul culto della performance, la precarietà delle identità lavorative e la fatica di riconoscersi al di fuori del proprio mestiere.

Lo spettacolo non racconta: aggredisce. È un manifesto che ti guarda negli occhi e ti graffia la faccia. Parte come una conferenza motivazionale e si trasforma in un rito di liberazione collettiva. […] Un teatro che respira col pubblico, che suda, che non lascia tregua. […] Fettarappa e Maragoni possiedono una naturalezza scenica impressionante: si muovono con la leggerezza di chi ha interiorizzato ogni parola, ogni gesto, ogni pausa. Sono due istrioni moderni, capaci di improvvisare, di tenere la sala sospesa tra riso e disagio, tra identificazione e distacco.

Vincenzo Sardelli – klpteatro.it


Due giovani autori e interpreti hanno deciso di entrare nel dibattito in scivolata, con il tempismo dei comici in ascolto della realtà e con la forza deflagrante di una libertà compositiva difficilmente etichettabile.

– Andrea Pocosgnich, Teatro e Critica


Testo divertente e azzeccato a parte, i due attori si presentano sulla scena con una modalità quasi della stand-up comedy, lasciando un interessantissimo margine di dialogo e interazione col pubblico, pertanto tutto può accadere – bravi, l’hanno gestita benissimo –; poi l’uso, a più riprese, del fuori scena che funziona perfettamente.

– Carmen Loiaocono, Spettacoliamo


Per la capacità di affrontare temi urgenti del contemporaneo, come il rapporto tra lavoro e felicità, con un linguaggio transgenerazionale condotto con lucidità drammaturgica e performativa.

– Dalla motivazione della giuria per la enzione speciale a Forever Young 2021/2022 – La Corte Ospitale