
«Raffaele Viviani è, con Eduardo De Filippo, il più grande autore teatrale napoletano — dice —. Se si esclude l’ultimo periodo della sua attività, ha sempre esplorato la strada e i suoi eroi: miserabili, povera gente, rifiuti della società, così come Eduardo, mio maestro, ha penetrato i gangli più reconditi dell’animo umano. Di Viviani ancora non si è esaminata fino in fondo la grandezza universale».
Regista e anche protagonista alla guida di un corposo cast che schiera il figlio Lorenzo Gleijeses, Chiara Baffi, Massimiliano Rossi, più undici attori neodiplomati alla scuola dello Stabile di Napoli, Gleijeses firma uno spettacolo robusto a cui parecchio contribuiscono le belle scene di Roberto Crea.
E quindi ecco Don Giacinto, come da nome del protagonista del primo atto unico, «storia agrodolce di un vecchietto dignitoso e a suo modo “nobilissimo”», dove il superlativo non deve indurre in equivoco, perché il nostro appare sì come la vittima predestinata delle angherie a cui lo sottopongono i vicini del formicolante vicolo in cui abita, per poi però rivelarsi ben più spietato e vessatorio di tutti gli altri dentro un grande gioco dove la legge della sopravvivenza cancella qualunque ipotesi di solidarietà.
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