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Sik-Sik. Agnello di Dio: sacrificare i propri padri

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Agnello di Dio: sacrificare i propri padri
a cura di Mattia Rizzi

Le fiamme di un falò in cui gettare tutto quello che gli hanno fatto credere. Un rogo per celebrare la propria liberazione dal peso delle autorità della tradizione. Ecco come Samuele Cristini, ragazzo di quinta superiore, immagina la sua festa di laurea quando gli chiedono di scrivere un tema a riguardo. Se però frequenti una prestigiosa scuola privata in cui si forma la futura classe dirigente del Paese, basta un tiepido tentativo di ribellione, per ora solo immaginato e proiettato nel futuro prossimo, per far agitare tutti, dalla professoressa di lettere alla preside, che convoca subito il ragazzo insieme al padre.

Suor Lucia, dirigente della scuola, li accoglie nel suo studio. Una splendida vetrata offre la vista sul cortile interno dell’edificio, ingentilito da una pianta in fiore. Peccato che la stanza sia bagnata dalla luce fredda dei neon, che rende l’ambiente asettico, proprio come quello di un’aula di giustizia. Sì, perché sotto gli occhi vigili di un Cristo in croce, testimone silente appeso alla parete, andrà in scena un processo in cui tutti sono giudici e imputati.

Samuele accusa gli adulti di essere delle ballerine di un carillon che ogni giorno compiono il medesimo movimento, degli automi con «gli occhi e il cuore in coma». Il ragazzo, invece, non ha più alcuno stimolo e sostiene che non ci sia più niente in grado di «sedurlo». Triste che queste parole siano pronunciate proprio in una scuola, dove gli insegnanti, in ossequio al principio già platonico della componente erotica dell’insegnamento, dovrebbero “se-durre” i propri studenti e lasciare spazio alle riflessioni cui Samuele vorrebbe dedicarsi: il tempo, la morte, l’esistenza.

Gli adulti della pièce, che alternano frasi di circostanza ad attacchi violenti, sembrano sordi al grido di aiuto lanciato dal ragazzo. Gli uni e l’altro sono separati da un abisso generazionale e l’incomunicabilità tra le due sponde è tale che Samuele non può far altro se non esplodere in continui attacchi di rabbia e di lacrime. «Tu non rallenti perché senza la competizione non esisti. Corri per non guardare chi sei veramente», grida al padre, che è un affermato manager in carriera. «Al solo pensiero di diventare come voi, io mi sento morire», aggiunge sconsolato.

Di fronte alle incertezze di un presente funestato da pandemie e da guerre, tratteggiate timidamente anche sullo sfondo dello spettacolo, un giovane diciottenne come Samuele rivendica il diritto ad essere infelice; a non riconoscersi nella felicità che la società gli impone; a soddisfare il proprio desiderio di poter vivere da uomo libero.

Gli anni dell’adolescenza sono quelli in cui si compie un simbolico parricidio che porta a liberarsi del fardello della tradizione e dell’autorità. Crescere e scegliere una strada da percorrere, infatti, sono tappe che passano anche attraverso la necessità di contestare i propri modelli di riferimento, cui in futuro ci si potrà magari riaccostare, ma senza imposizioni esterne. Gli adulti, da parte loro, dovranno evitare di trincerarsi dietro la stanca retorica dei «loro tempi», poiché solo con la consapevolezza che la molla della vita è il futuro e non il passato potranno mettersi nei panni dei loro figli e coglierne urgenze e bisogni.

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