1972 - 2022 Cinquant’anni del Parenti
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Sik-Sik. Il Sosia: storia di uno sdoppiamento psichico

© Noemi Ardesi
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Il Sosia:storia di uno sdoppiamento psichico

di Alessia Trovato

Dal 22 marzo al 10 aprile 2022 presso la Sala A come A  del Teatro Franco Parenti di Milano è andato in scena Il sosia, tratto dall’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij, con Elia Schilton e Fabio Bussotti; progetto e regia di Alberto Oliva. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1846 sulla rivista russa «Annali Patrii» e racconta la storia di uno sdoppiamento psichico che porta il protagonista alla pazzia.

Elia Schilton interpreta Jakòv Petrovic’ Goljadkin, personalità alquanto bizzarra: ama la vita ma non riesce a relazionarsi con la società. È un timido consigliere titolare (grado della Tavola dei ranghi della Russia imperiale) che andrà incontro alla caduta, non economica ma della sua reputazione,della stima che la comunità ripone in lui. Società nei confronti della quale si sente partecipe ed estraneo allo stesso tempo, in cui presenzia in quanto membro fisico, senza però sentirsene parte davvero.

Le porte presenti sul palcoscenico sono subito associabili a degli specchi: emerge così il tema del doppio. Improvvisamente appare a  Goljadkin una figura misteriosa che si rivela il suo sosia: l’incontro tra i due sconvolgerà del tutto l’esistenza del protagonista. Il sosia è un personaggio confuso e spaventoso, allo stesso tempo buffo ed eccentrico, e tormenta Goljadkin senza sosta. Attraverso un gioco di riflessi e luci lo spettatore vive lo smarrimento del protagonista che si trova in una dimensione sospesa tra sogno e realtà, in cui ogni riflessione si sdoppia, così come ogni esperienza si divide in visioni e percezioni distorte del mondo circostante.

Il pubblico non può non chiedersi se il sosia sia un personaggio bizzarro, ma reale, oppure se viva unicamente nella mente di Goljadkin. La messinscena si sviluppa attraverso un climax al cui centro vi è lo straniamento del protagonista che perde coscienza di ciò che è reale e di ciò che invece è creato solo dalla sua immaginazione folle. I dialoghi riflettono tutto ciò attraverso la loro frammentarietà capace di rispecchiare l’animo frastagliato, sconvolto e tormentato del protagonista. La scenografia e l’illuminazione aiutano lo spettatore ad entrare nella mente confusa di Goljadkin tramite l’apertura e la chiusura di porte-specchio e luci che si accendono a intermittenza, attraversate freneticamente dagli attori.

Alla fine dello spettacolo sembra emergere la soluzione all’enigma, che comporta però una fine tragica per il protagonista. Lo scontro con il sosia goffo e tormentato rappresenta in realtà l’incontro con l’io interiore del protagonista che si rivela aggressivo e che lo perseguita, portandolo alla scissione con la sua parte più intima. Questa figura riflette unicamente la proiezione di un io autonomo rispetto a quello del protagonista.

Alberto Oliva, inseguendo la scia lasciata da Dostoevskij, ci presenta la crisi dell’io per mostrare la follia della vita, affrontando, in modo oscuro e fantastico, il tema del doppio in una realizzazione teatrale decisamente riuscita. La bellezza dell’incertezza e dell’ambiguità emerge nel piacere di assistere al Teatro Franco Parenti a una messinscena che permette liberamente allo spettatore di decidere cosa sia reale e cosa fantasia.

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