1972 - 2022 Cinquant’anni del Parenti
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Sik-Sik. Incontro con Guido Maria Brera

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Un lucido dialogo sul nostro tempo con Guido Maria Brera

a cura di Giacomo Guidetti 

In occasione della pubblicazione del suo nuovo libro, Dimmi cosa vedi tu da lì. Un romanzo keynesiano, è ospite al Teatro Franco Parenti lo scrittore e dirigente d’azienda Guido Maria Brera. Dialogano con lui Edoardo Nesi, scrittore e giornalista, e Alessandro Borghi, amico intimo di Brera nonché interprete televisivo di Massimo Ruggiero, il personaggio letterario più celebre del romanziere.

L’incontro inizia con una breve presentazione del libro. Brera ci racconta del protagonista del romanzo, Federico Caffè, professore di economia alla Sapienza di Roma negli anni ’80. L’illustre accademico, keynesiano di ferro, è un deciso sostenitore dell’intervento statale nell’economia di mercato. Ha dedicato gran parte della sua ricerca allo studio del welfare e alla demistificazione dell’imperante teoria neoliberista che, negli anni ’70 e ’80, si è diffusa a macchia fino a conquistare l’amministrazione britannica con l’elezione di Margaret Thatcher nel 1979 e quella americana con la presidenza Reagan nel 1980.

In un clima politico assai avverso alle sue idee in campo economico e tra drammi personali che gli sconvolgono l’esistenza, Federico Caffè scompare a Roma in un giorno di aprile del 1987. Le ipotesi sulla sua sparizione sono molteplici: c’è chi parla di suicidio e chi ipotizza che Caffè si sia ritirato in convento. È da qui che il racconto di Brera prende le mosse, immaginando che l’economista torni alla Sapienza per un’ultima, illuminante, lezione. Appare evidente che nel raccontare di Caffè, Brera voglia descrivere sé o, quantomeno, un aspetto di sé. Mettendosi a nudo, lo scrittore parla della disperazione vissuta in pandemia a causa di una situazione personale complessa, a dispetto di ciò che la sua immagine di successo sembrerebbe suggerire. Quella che si presenta come una biografia di Caffè, sublimante saggio di economia, si trasfigura così in un momento di autoanalisi per l’autore, una circostanza in cui rivendicare l’efficacia della scrittura come strumento per «tirare fuori e fissare le sue idee».

I temi toccati durante l’incontro sono tanti e Nesi è bravo a trasformare la mera presentazione del libro in una lucida chiacchierata sui problemi e sulle sfide della contemporaneità. Brera riflette, per esempio, su come l’utopia neoliberista di un mercato che si regola da solo senza bisogno di alcuna entità superiore che ne detti una pianificazione non sia altro che un’illusione. Un mercato deregolamentato produce enormi squilibri e ineguaglianze, genera pesanti esternalità negative e pone serie minacce ai diritti civili.

Visibilmente emozionato, lo scrittore sprigiona in modo genuino la sua vocazione alla divulgazione e all’analisi. La scelta di comunicare con la scrittura è quasi un bisogno interiore, o meglio, un modo per dare senso ad una vita ricca di soddisfazioni professionali ma povera dal punto di vista spirituale, non dissimile, in ultima analisi, a quella del sopramenzionato Massimo Ruggiero, protagonista del romanzo I Diavoli. Inoltre, ci spiega Brera, l’inclinazione verso la scrittura è legata anche al suo mestiere, il quale offre un punto di vista privilegiato da cui è possibile percepire i movimenti profondi della società e dell’economia e che, allo stesso tempo, obbliga ad essere lungimiranti. A chi gli rimprovera di essere troppo vicino all’ambiente che così aspramente critica, egli risponde che l’unico modo per riformare le cose è di agire dall’interno.

Sul finale, la pars destruens cede il passo alla pars construens: il Covid ha messo a nudo la fragilità del nostro modello di globalizzazione sfrenata e ne ha decretato il fallimento. Le grandi sfide del domani, come quella rendere le nostre metropoli più vivibili e le zone rurali più attraenti per gli smart-workers, conclude Brera, devono essere interpretate da una classe politica capace di assumersi le proprie responsabilità, poiché, laddove la funzione di guida viene delegata a terzi, si generano vuoti di potere in cui la finanza, arrogandosi funzioni che non le spetterebbero, diventa “cattiva”.

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