Sik-Sik. Intervista a Dario Leone

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«Stava parlando anche a me»: intervista a Dario Leone

di Bianca Vittoria Cattaneo

Bum è un piccolo scimpanzè di peluche che ha alle sue spalle una storia straordinaria: incarna la fede nella lotta e le speranze per un futuro di giustizia e uguaglianza ed è inscindibilmente legato, per una serie di eventi, alla vita di Giovanni Falcone, il grande magistrato italiano che ha cambiato la storia del nostro Paese. Dario Leone, nel ruolo di un giovane padre siciliano in lotta contro la mafia, assieme al light designer Massimo Guerci dà vita ad uno spettacolo che ripercorre l’esistenza e l’operato di Falcone, seguendo, in un libero adattamento, il filo narrativo del romanzo per ragazzi Per questo mi chiamo Giovanni di Luigi Garlando.

Com’è stato il tuo primo approccio con il libro di Garlando e perché hai deciso di approfondire questa storia?
Penso che il legame con questa vicenda sia nato proprio il 23 maggio 1992, io avevo dieci anni. Era un sabato pomeriggio e per caso mi trovavo fuori casa. Al mio rientro trovai la mia famiglia pietrificata e in silenzio, appostata di fronte al televisore: in quell’istante stavano trasmettendo la notizia dell’attentato. Per la prima volta mi resi conto che il telegiornale, che fino a quel momento era per me un noioso notiziario per adulti, stava parlando anche a me. Tanti anni dopo, per puro caso, mi ritrovai in una libreria. Curiosavo in giro, quando vidi un piccolo libricino che attirò tutta la mia attenzione. Lo comprai e lo lessi. È rimasto a casa sullo scaffale finché un giorno l’ho ripreso in mano per trarne uno spettacolo.

Uno dei primi aspetti che colpisce lo spettatore è l’uso del siciliano: quanto è stato difficile imparare a comunicare con efficacia in un dialetto non tuo e quanto è durata la preparazione generale dello spettacolo?
Il lavoro di allestimento è durato più di un anno. La prima fase di studio e ricerca mi ha impegnato per sei mesi e i successivi sei li ho dedicati alla scrittura. Solo in seguito io e Massimo Guerci abbiamo iniziato le prove. Appena abbiamo cominciato a lavorare ci siamo subito interrogati sulla questione della lingua, ma la risposta è stata immediata e condivisa: doveva essere fatto in siciliano. Era necessario per lo studio del personaggio e per caratterizzarlo al meglio. Immergermi in una nuova lingua non è stato eccessivamente complesso: a casa mia, infatti, viveva mio nonno calabrese che parlava un dialetto molto simile al siciliano, la sua figura mi ha ispirato moltissimo in questo senso.

Lo spettacolo segue di massima il filo narrativo del testo di Garlando: quali sono però le altre fonti che hai utilizzato? Quali sono gli apporti alla storia raccontata in scena rispetto al libro? Sia i più divertenti come il mondiale del ’90, sia i più impegnativi come l’inserto dell’intervista a Buscetta.
Le aggiunte rispetto al libro sono tantissime. Primo fra tutti il momento in cui espongo le vicende di Italia 90 e di Totò Schillaci: è necessario in qualche modo alleggerire un monologo di due ore. Nella fase di elaborazione dello spettacolo, infatti, avevano fondamentale importanza la leggerezza e l’ironia. Dalle ricerche che ho condotto è risultato che sia Giovanni che Paolo erano persone molto allegre e spiritose, qualità necessarie per riuscire ad affrontare una vita come la loro, precaria e costantemente sotto minaccia. L’aggiunta di Totò Schillaci e dei mondiali è anche coerente con la narrazione. Parlando di Maradona, ho voluto inserire la citazione di Michele Greco, soprannominato «il Papa», che aveva detto a Falcone: «Signor giudice […] lei è il Maradona dei magistrati, per toglierle la palla bisogna farle lo sgambetto.» Qualsiasi cosa trovata su Giovanni l’ho studiata. Ad esempio, il testo dell’animazione che viene proiettata durante lo spettacolo è esattamente il riassunto di un discorso che fece all’università di Bologna. Invece, per quanto riguarda la scena di Buscetta, abbiamo deciso di costruirla partendo da un’intervista condotta da Enzo Biagi, creando uno stacco dal resto della narrazione per darle maggiore rilievo vista l’eccezionalità dell’evento: per la prima volta un mafioso ha deciso di collaborare con la giustizia. Questo è l’unico momento dello spettacolo in cui non interpreto il personaggio del papà, vestendo direttamente i panni del criminale pentito.

In seguito alla visione di Bum, non ho potuto fare a meno di chiedermi quanto possa essere cambiata la concezione che hanno gli italiani della mafia. In particolar modo temo che le tante serie tv in circolazione si limitino a romanzare storie reali, senza cercare di veicolare un messaggio di denuncia. Dipende in realtà dalla disposizione con cui il pubblico si pone come spettatore. Nell’Italia del 2022 manca ancora un percorso di formazione che possa permettere a tutti di capire che la realtà raccontata sullo schermo non è solo fiction. La percezione degli italiani è cambiata tanto a cavallo tra la strage di Capaci e gli anni del Maxiprocesso: si parlava di mafia, delle scoperte di Falcone che per primo si era reso conto che Cosa Nostra si configurava come un vero e proprio Stato, con una struttura efficientissima intrecciata con le istituzioni, e non si trattava solamente di un gruppo di criminali. Recentemente si sta parlando di mafia ma mai in maniera abbastanza approfondita. A Milano, fino a poco tempo fa, si negava l’esistenza di qualsiasi associazione criminale in questa città, quando invece il numero di beni confiscati in territorio lombardo risulta davvero consistente. Non siamo in un clima di allerta, ma è chiaro che il fenomeno è ancora esistente: la mafia è presente dove circola denaro ed è quindi inequivocabile la sua presenza qui, nella terra più ricca d’Italia. La situazione però sta cambiando: facciamo moltissime repliche scolastiche del nostro spettacolo, e questo è un segnale sicuramente incoraggiante. Rocco Chinnici stesso si è espresso sulla necessità di educare i ragazzi, proprio perché «La mafia teme la scuola più della polizia», e credo proprio sia così.

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