Sik-Sik. Intervista a Emanuela Giordano

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Anna dei miracoli: intervista alla regista Emanuela Giordano
di Angelica Ferri

Anna dei miracoli non racconta di sentimentalismi o romanticismi: il dramma è reale e autentico e permette al pubblico di entrare in una dimensione di quotidianità spesso sconosciuta. Tratto da The Miracle Worker di William Gibson, lo spettacolo racconta la faticosa esistenza di Helen Keller, una ragazza sordocieca, e di come l’arrivo di Anna, educatrice e insegnante, stravolgerà il caotico ordine comunicativo creatosi nella famiglia Keller nel corso degli anni. Emanuela Giordano, regista e autrice, ci racconta del viaggio compiuto da lei e dagli attori per costruire insieme questa preziosa testimonianza di vita.

Chi è il vero protagonista di questa storia? Chi sta sul palco o chi, magari per la prima volta, partecipa a una realtà poco conosciuta e inaspettata?
Il vero protagonista siamo tutti noi con il nostro linguaggio, con la difficoltà di comunicare e andare oltre all’esteriorità. Proprio per questo non è possibile individuare un protagonista unico, lo spettacolo coinvolge ognuno di noi e, in qualche maniera, racconta di tutti, perché riesce a farci entrare in una dimensione familiare rendendoci parte del dramma dei Keller.

L’aspetto più dirompente di questa messinscena consiste nel poter assistere al racconto di una ragazza che non può né vedere né sentire. Qual è il significato di portare una storia così intima sul palcoscenico? Il taglio conferito alla narrazione è più psicologico, divulgativo o catartico?
Direi che questo spettacolo non può essere letto a partire da un unico punto di vista: il taglio della narrazione è sia psicologico, sia divulgativo che catartico, perché è costituito da un insieme di forze emotive che sostengono la scena mantenendola in equilibrio, interagendo l’una con l’altra e rimbalzando tra palcoscenico e platea. In questa storia ci sono delle spinte emozionali molto forti che mi hanno guidata nel corso del lavoro e ci sono dei concetti chiave che sono rimasti chiari e fissi fino alla fine. Il fulcro centrale della rappresentazione risulta evidente e inequivocabile: si parla del conflitto creatosi all’interno di una famiglia disfunzionale in un momento di grande crisi in cui il rigido intervento educativo esterno di Anna porta alla nascita del concetto di «amore confuso», un amore genitoriale costruito da individui isolati che non dialogano, che non creano comunicazione affettiva tra loro e che non ha un modo compiuto di esprimersi.

Quali sono state le difficoltà nel trasmettere le emozioni e nel veicolare le scene della vita quotidiana di una famiglia immersa nel dramma dell’incomunicabilità?
Il lavoro di creazione della drammaturgia è stato lungo e abbiamo tagliato molto il testo originale. La difficoltà principale è stata quella di non rendere lo spettacolo patetico e di non caricare eccessivamente sulla componente del sentimentalismo per evitare una reazione di allontanamento nel pubblico, proprio perché questa storia potrebbe davvero verificarsi nella vita di alcune persone. È stato molto complesso evidenziare l’aspetto contemporaneo del testo. L’attualità consiste nella difficoltà dei genitori nel cercare di interagire con i figli e di trovare un modo di farli crescere senza prevaricarli, lasciando loro la libertà di scoprire il mondo da soli. Questo è un concetto che va al di là del tema dell’handicap: è una riflessione sulla famiglia comune. I temi raccontati rientrano infatti nella quotidianità di ognuno. Il percorso di crescita implica sempre momenti di grande crisi e di incapacità di saper esprimere i propri disagi, ed è difficilissimo per dei genitori molto disorientati poter crescere dei figli bisognosi di equilibrio. Questo tema per esempio è esplicitato in scena dal padre: vuole comandare sulla sua famiglia ma in realtà non ha l’autorevolezza necessaria per decidere quale strada prendere, perciò fluttua, in maniera contraddittoria, dal permissivismo totale a una chiusura e a una grande difficoltà nel lasciare la figlia libera di crescere. Questo è ciò che possiamo definire “l’amore confuso”: i genitori devono prima imparare ad amare sé stessi e ad accettare i propri limiti per poter poi mettersi in reale comunicazione con i figli e provare ad accettarsi accogliendo così l’unicità altrui, maturando un amore consapevole.

Quali sono state le problematiche nel rendere attuale una storia scritta negli anni ’60?
C’era un esubero di personaggi minori di contorno che mi distraeva e non mi dava la possibilità di concentrarmi sugli sguardi, le contraddizioni e le dinamiche dei protagonisti della storia, quindi ho scelto di mostrare in scena solo la famiglia: padre, madre, figlia e Anna. Questa scelta ha riportato la rappresentazione subito all’attualità perché ha reso più intimi e quotidiani i rapporti tra i Keller, favorendo l’immedesimazione del pubblico nella loro vita familiare. Lo sforzo per tutti noi è stato quello di accettare la complessità dei caratteri e non cercare di farli risultare simpatici: Anna è concreta, burbera ed eccede facendo spesso uscire il suo aspetto coriaceo. Il grande lavoro dietro a questo spettacolo consiste nel riuscire a mantenere e apprezzare la dimensione umana, senza creare caratteri o maschere. La ricchezza di queste figure nell’adattamento andava valorizzata attraverso una sottolineatura della loro umanità.

Che importanza ha per questo spettacolo il rapporto di produzione con il Teatro Franco Parenti? E che ruolo ha avuto nella nascita dello spettacolo la Lega del Filo d’Oro?
L’incontro con la Lega del Filo d’Oro è nato da una coincidenza favorevole: Mascia Musy, l’attrice che interpreta Anna, li ha contattati e, quando hanno letto il testo, si sono dimostrati entusiasti e disponibili. Ci hanno dato la possibilità di stare con loro: abbiamo mangiato insieme, ci siamo confrontati con le persone nei loro centri e con i rispettivi psicologi. Una rete di consulenza ci ha quindi aiutati a imparare il linguaggio dei sordociechi, che è poi quello che effettivamente si vede in scena. Il rapporto molto umano che ne è derivato ci ha permesso di entrare con delicatezza in un mondo fino a ora sconosciuto. Quando in seguito ho proposto ad Andrée Ruth Shammah il progetto e le ho raccontato del legame che si stava instaurando con la Lega del Filo d’Oro, si è illuminata e ha subito incoraggiato la collaborazione, perché lei stessa era già sostenitrice dell’associazione. Si è creata così una miracolosa coincidenza fra il suo impegno civile e il teatro.

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