Sik-Sik. Qui a tué mon père

© Jean Louis Fernandez
Restiamo in contatto
newsletter

Condividi

«Ci vorrebbe proprio una rivoluzione»

di Eleonora Castagnini

Quello di Édouard Louis non è il classico spettacolo che ci si aspetta di vedere a teatro. Non solo per il fatto che sia in francese con sovratitoli in italiano. Ma anche perché si tratta di un vero e proprio “spettacolo-denuncia”. Siamo infatti di fronte a una rappresentazione teatrale che vuole parlare, chiaro e forte, per raggiungere più persone possibili al fine di renderle consapevoli su temi che spaziano da quelli propri dell’animo umano, a quelli politici ed economici, senza gerarchie e senza omissioni (il tema della ventitreesima edizione de La Milanesiana). Toccante fuor di dubbio, crudo, vero, senza filtri, senza smussamenti e spigoloso abbastanza da mettere in soggezione l’intera platea. In questo bruciante pamphlet, Chi ha ucciso mio padre, che coniuga il tono letterario della scrittura con la vampa dell’intervento, Édouard Louis, diretto dal famoso regista tedesco Thomas Ostermeier, appare in scena nelle vesti di scrittore, interprete e soggetto della trasposizione teatrale, ospitata al Teatro Franco Parenti in occasione dell’edizione de La Milanesiana di quest’anno.

Lo spettacolo è un dialogo per voce sola, un racconto in forma epistolare dettato non dalle esigenze della letteratura, ma da quelle della necessità e dell’urgenza che un figlio omosessuale scrive al padre. Un padre ex operaio morto prematuramente, ossessionato dalla mascolinità e dalla consapevolezza di essere a sua volta un emarginato, proprio come le persone che più odia e a cui più teme di assomigliare, gli arabi, ma soprattutto le donne e coloro che considera effeminati. Un decesso causato dalle leggi di un potere che ha smesso di guardare in faccia le persone, emarginate dalla società quando ritenute «nullafacenti», vite di cui nessuno vuole più sentir parlare, vite di coloro a cui il potere toglie qualunque protezione.

Édouard Louis, attraverso una prosa lucida e incisiva, diventa per noi il logico passaggio verso un’analisi bruciante e accorata della condizione della classe operaia, del rapporto tra dominati e dominanti, della relazione tra vita e finzione e del faticoso legame tra il singolo individuo e la società. Un’intimità, la sua, che continuamente si apre alla Storia e al presente. Uno sguardo non più rabbioso, ma riconciliato verso i cattivi padri.

L’autore infatti cerca di riavvicinarsi al proprio padre; comprende quanto la sua rabbia sia annidata in una ignoranza indotta dalla realtà in cui è cresciuto, dalle politiche sociali francesi e condanna con parole roventi chi ha negato a quest’uomo la possibilità di diventare altro.

Chi ha ucciso mio padre si presenta come un atto d’amore e di denuncia, un testo sul legame difficile, forse impossibile, con una figura genitoriale incapace di comprendere, cercandola e trovandola dove non sa nemmeno di essere, nelle profondità di una esistenza espropriata dalle dure leggi di una condizione sociale degradata.

Il passaggio più catalizzante, però, emerge alla fine: Louis non ha paura di identificare gli assassini di suo padre: «Ci sono assassini che non sono mai nominati per gli omicidi che hanno commesso, ci sono assassini che scampano alla vergogna grazie all’anonimato e all’oblio». Chirac, Bertrand, Sarkozy,Hirsch, Hollande, Valls, El Khomri e Macron sono i responsabili che con le loro decisioni hanno piegatoil corpo del padrefino al punto di rottura. La storia della vita del papà di Louis porta nomi e cognomi. La storia del suo corpo accusa la politica.

Restiamo in contatto
newsletter

Condividi
Restiamo in contatto
newsletter

Condividi