Cartellone 2025 - 2026 / Teatro
A Visual Diary Date: 26 - 27 Maggio 2026
A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene
© Clara Vannucci
Cartellone 2025 - 2026 / Teatro
A Visual Diary Date: 26 - 27 Maggio 2026
A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene
© Clara Vannucci
scritto, diretto e interpretato da Fabio Cherstich
drammaturgia Anna Siccardi e Fabio Cherstich
video originali Francesco Sileo
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
commissionato da FOG Triennale Milano Performing Arts Festival
in collaborazione con Visual Aids NYC
si ringrazia La MaMa NYC
artista selezionato Prospero NEW cofinanziato dal programma Creative Europe dell’Unione Europea
Contenuti visivi e testuali, documenti d’archivio, materiali inediti e le biografie degli underground Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis, scomparsi a causa dell’AIDS, convergono sul palco per ridare voce a esistenze straordinarie rimaste nell’ombra.
Il progetto nasce dai numerosi viaggi negli Stati Uniti del regista e scenografo di teatro e opera Fabio Cherstich, che ha raccolto in prima persona immagini e interviste per riportare alla luce i luoghi di riferimento queer di quegli anni, le paure legate alle prime morti di AIDS, i pensieri e le riflessioni di una comunità di artisti straordinari.
Il percorso scaturisce dall’urgenza personale di restituire memoria a vite rimaste nell’ombra. Come tipico dell’impronta di Cherstich, la pièce mescola differenti linguaggi e si colloca a metà strada tra spettacolo, mostra e memoriale, ridando voce a esistenze troppo a lungo dimenticate.
Sono convinto che ogni storia ne generi altre, in chi parla e in chi ascolta.
Per questo spero che A Visual Diary sia l’inizio di un viaggio nuovo, o almeno di un nuovo modo di guardare non solo alla storia dell’arte, ma anche ai nostri affetti e alla nostra memoria. A questa danza fragile, magica e misteriosa che chiamiamo esistenza.
– Fabio Cherstich
[…] Uno spettacolo essenziale e intensissimo, un viaggio in una grande rimozione che riguarda la vita, la non conformità, l’amore, le passioni, l’arte, la solitudine, lo stigma della malattia. E la memoria: chi la tiene viva, come un atto di indomabile affetto, come dialogo con i malati e poi con i morti per lasciare che camminino ancora, tra noi, improvvisi ed elettrici, rimbombanti come il tuono di un temporale che possiamo sentire risuonare dentro, avvolgente, lontano o vicinissimo, allarmante, fragoroso contro le nostre rimozioni.
– Massimo Marino, doppiozero
[…] ogni passaggio è segnato da un clima perfettamente ricostruito nei dettagli sonori e visuali di cui è disseminata questa lecture performance che si conclude con un invito a salire sul palcoscenico e curiosare tra i cataloghi e i saggi che ha raccolto durante la vita per conoscere più da vicino l’opera di questi artisti. È un momento di condivisione che ci accompagna fino all’uscita e non può che seguirci anche fuori.
– Silvia Maiuri, Teatro e Critica
Il senso della “riscoperta” è sicuramente dare un valore alle operazioni artistiche di Angus, Stanton ed Ellis, ma più interessante è il ritratto storico che ne viene fuori: il gusto per la provocazione, l’esaltazione dissonante, amori e tradimenti della scena queer americana anni Ottanta, ci fanno rivivere quel momento di fermento creativo e culturale, di spinta libertaria, antiborghese, di espressione e resistenza, che poi, drammaticamente, fu travolto dall’Aids.
– Anna Bandettini, la Repubblica
Non è un requiem, ma uno spazio dove l’amore si fa gesto pubblico. Un lavoro tenero, limpido e profondamente radicale. […] In scena Fabio accoglie, non insegna. Non è un conferenziere ma un custode. Maneggia le immagini e la musica con delicatezza, come se gli fossero affidate da chi non c’è più. E questa attenzione plasma anche il pubblico: non ci si sente spettatori, ma partecipi di un rito. C’è una ragione se il giradischi è così importante. Una canzone può attraversare il tempo come un’immagine non riesce a fare. Basta posare la puntina sul vinile per respirare l’aria di un’altra stanza. Fabio usa la musica come una cerniera tra le epoche, dal disco alla classica, dai club alle ballate d’amore. Ogni brano diventa drammaturgia, non decorazione.
– Alessia Glaviano, Vogue
Fabio Cherstich (Udine, 1984) è regista e scenografo per l’opera e il teatro. Il suo lavoro unisce una meticolosa attenzione all’estetica visiva a un forte interesse per i nuovi media e i linguaggi della contemporaneità. Ha lavorato in numerosi teatri nazionali e internazionali, tra cui il Mariinsky Theatre di San Pietroburgo, il Teatro Massimo di Palermo, il Teatro dell’Opera di Roma, l’Opéra d’Avignon, l’Opéra de Marseille, il Maillon – Théâtre de Strasbourg, il Teatro Franco Parenti di Milano, il Teatro Argentina di Roma e i Teatri di Reggio Emilia. È ideatore e regista di Operacamion, progetto di opera itinerante descritto dal New York Times come «un’iniziativa unica, capace di riportare l’opera alle sue origini». Da sempre interessato all’arte contemporanea, con un’attenzione particolare alla scena underground newyorkese degli anni ’80 e ’90, dal 2019 è curatore dell’Estate di Larry Stanton.
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