Sik-Sik. I giovani critici del Teatro Franco Parenti
Sik-sik. Le vacanze dei signori Lagonìa: intervista a Francesco Colella e Giovanni Ludeno
9 Giugno 2026

di Chiara Narciso
La scena si apre su quella che potrebbe essere una cartolina da una qualunque provincia costiera italiana: un ombrellone, due sedie, una serie di borse ammucchiate. Appaiono due figure, l’atteggiamento stanco e statico iniziale fa presagire un’età avanzata, poco dopo scopriamo che sono una coppia, i Lagonìa, interpretati da Francesco Colella e Giovanni Ludeno, per la regia di Francesco Lagi. La messa in scena guida lo spettatore attraverso quello che i coniugi immaginano come il loro ultimo giorno insieme, da vivi, dopo 50 anni di matrimonio.
Abbiamo intervistato Francesco Colella e Giovanni Ludeno per comprendere alcune delle scelte attuate per questa pièce fatta di gesti ordinari, affetti e consuetudini sedimentate nel tempo.
Non è così comune avere a che fare con uno spettacolo teatrale che decide di impiegare l’utilizzo del dialetto in modo così totalizzante, come avete maturato questa scelta?
Colella: È stata abbastanza intuitiva: il dialetto ci sembrava un mezzo più caldo per rendere concreta e trasmettere l’intimità tra i due protagonisti. Io sono calabrese e nella condivisione di questa scrittura con Francesco Lagi (anche regista dello spettacolo), ho portato alcuni riferimenti dalla mia vita. In qualche modo mi hanno aiutato nella redazione di questa drammaturgia. Attraverso il linguaggio tipico di questa terra siamo riusciti a veicolare maggiormente i dettagli, le screziature di una coppia anziana, ma avrebbe potuto essere qualunque altro dialetto.
I due protagonisti giocano con un dualismo continuo in termini di atteggiamento, come avete costruito questa combinazione tra la partitura verbale di Marisa e quella fisica di Ferdinando?
Ludeno: Siamo partiti da un materiale molto concreto di questa storia lontanamente ispirata a un fatto di cronaca, miscelata al mondo di Francesco Colella e dei modelli che ha nella sua famiglia. Rispetto a questa sostanza quotidiana abbiamo poi attuato un processo di mitizzazione, che si avvicina quasi a una clownerie. In ogni caso è stata mantenuta la consistenza di alcuni topoi, come quello della donna logorroica e dell’uomo schivo, silenzioso. Da qui è nato poi il gioco tra queste due figure, sia nella loro accezione più allegra che in quella disperata.
Colella: Per quanto questi personaggi siano differenti negli atteggiamenti, l’intimità passa dai piccoli segni e gesti attraverso i quali i due si intendono. Lei intuisce da uno sguardo di lui, oppure proietta su certi suoi sguardi qualsiasi cosa, creando un dialogo vero e proprio che va ben oltre le peculiarità fisiche o verbali di entrambi, evocando un rapporto che dura da 50 anni.
Quale è stato il processo creativo che vi ha portato a raccontare la quotidianità di questi cinquant’anni di matrimonio?
Colella: Inizialmente le parole e le azioni dei Lagonìa erano scritte, siamo partiti da una drammaturgia di momenti salienti, poi insieme a Giovanni e al regista abbiamo impreziosito e sovrascritto il testo. Tante cose nascono dal lavoro fatto insieme, anche partendo da momenti di improvvisazione che sono stati distillati e sono entrati in una partitura abbastanza rigorosa.
Ludeno: Oltre alla scrittura effettiva del testo, bisogna tenere conto delle volontà del regista nella messa in scena, rapporti, comunicazione di sentimenti. Ovviamente Colella e Lagi hanno imbastito il canovaccio, la tessitura sulla quale lavorare che è stata rivista alla luce di ciò che succede in scena. Accade in alcune repliche che il regista si accorga di ulteriori sovrascritture che noi attori facciamo e ci tenga a riportarci sui ritmi e sui tempi della disciplina che ha stabilito in questo spettacolo.
Come mai la scelta di questo finale quasi utopico che si discosta da quello che sentiamo spesso in cronaca, il peso della quotidianità, l’essere caregiver, i lutti, la fatica economica?
Colella: Volevamo aprire una feritoia di luce, partendo da quella conclusione che sembra avviare i due protagonisti verso la sparizione dalla scena della vita. Per quanto la barchetta sulla quale salgono rimarrà galleggiante in mezzo al mare, il loro gesto di provarci e di continuare il loro amore è un simbolo vitale. Ha importanza quella voglia di stare ancora insieme, di lottare, di insultarsi, di amarsi. Tutto quello che il pubblico ha visto all’interno dello spettacolo sembra crollare nelle loro intenzioni, la scena finale diventa una volata reale e viva. Non ha importanza il loro destino, ma la decisione di prendere quella barca e andare.
Ludeno: Magari fa parte, anche inconsciamente, di quella clownerie alla quale accennavamo prima negli atteggiamenti dei due protagonisti. Esiste effettivamente un finale prima della scena di chiusura, che tra l’altro molti nel pubblico apprezzano per il livello emozionale. Si toglie questa componente al pubblico per dare poi un’altra prospettiva del viaggio che, in ogni caso, termina alla deriva – se si vuole ricercare una certa drammaticità. In ogni caso credo sia un finale poetico.
Colella: Sì, l’andare verso l’orizzonte, questa ricerca dell’Africa sulla conclusione. Poi ognuno trova il suo significato, qualcuno ha pensato che fosse una specie di curioso aldilà, ma solitamente diffidiamo dalle interpretazioni troppo simboliche. Non ci rivolgiamo a un pubblico di intellettuali con il nostro teatro.




