
Gira un po’ la testa. Che ormai non si è più abituati a parlare di un debutto . Un debutto vero, in prima nazionale: “Locke” di Filippo Dini, da martedì al Franco Parenti. Ovvero la trasposizione sul palco del (meraviglioso) film di Steven Knight con Tom Hardy. Un viaggio in macchina. Ripreso in tempo reale nell’abitacolo. Per raccontare di un uomo che si ritrova a distruggere ciò che ha creato per assumersi la responsabilità di un errore. Intorno a lui un coro di voci al telefono: la moglie, l’amante, il capo, suo figlio. Un incubo. Ma anche una parabola, dai contorni epici. Dini, perché rispetto a Locke parla di un eroe? «Perché credo che il nostro tempo abbia bisogno di gente che si assuma la propria responsabilità. Non solo dal punto di vista sociale. Ma sul piano umano, della vita di tutti i giorni. È l’ammissione di essere fallibili. Per chi non ha un dio capace di perdonare i peccati, non c’è che la consapevolezza di sbagliare.
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