Sik-Sik. I giovani critici del Teatro Franco Parenti
Sik-Sik. Come nei giorni migliori
27 Aprile 2026

di Federico Demitry
Ma dedicami un’ora dei tuoi giorni felici / di quelli che si contano / di quelli in cui sorridi
(Giorni felici, Giorgio Poi)
Come nei giorni migliori, lavoro di Diego Pleuteri andato in scena al Teatro Parenti di Milano con la regia di Leonardo Lidi e la produzione del Teatro Stabile di Torino, si impone come uno di quei lavori che scelgono la via più rischiosa: raccontare l’intimità senza cedere al sentimentalismo, attraversare il quotidiano senza ridurlo a semplice cronaca emotiva. È proprio in questa tensione che lo spettacolo trova la sua forza.
Pleuteri costruisce una drammaturgia che sembra muoversi sul crinale sottile tra il naturale e il tragicomico, dove la lingua della contemporaneità — asciutta, nervosa, spesso ellittica — diventa il luogo in cui si depositano le grandi questioni: il desiderio di essere amati, la paura dell’abbandono, l’incapacità di abitare davvero il presente. I personaggi non parlano soltanto tra loro: parlano contro il tempo, contro la possibilità che tutto sfugga e si perda. La regia di Lidi lavora su questa materia con notevole intelligenza, scegliendo una partitura rigorosa, quasi musicale, fatta di pause, cesure, ribaltamenti. I silenzi diventano drammaturgia quanto le battute; le battute ponti o porte a vetri per i rapidi cambi scena e il vuoto scenico si trasforma in uno spazio di risonanza emotiva. In questo spettacolo che all’occhio colto suggerisce la lezione sullo spazio vuoto di Peter Brook, Lidi conferma quella sua capacità rara di trattare il realismo come una forma di vertigine, non come semplice riproduzione del vero.
Molto bravi gli attori, Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, capaci di sostenere la scrittura senza mai appesantirla, restituendo ai personaggi una fragilità viva, concreta, credibile. La loro prova di attorialità generosa, che non ha paura di usare il linguaggio del corpo per fare e far vedere l’amore, riesce a non diventare mai esibizionismo. Una sorta di misura controllata, di precisione che riesce a rendere credibili i sentimenti, i non detti e a far apprezzare Come nei giorni migliori in quanto storia d’amore, dandole così una dignità che va ben oltre il significato sociale o politico.
Infine, lo spettacolo sembra interrogare una domanda profondamente contemporanea: come si resta, quando tutto spinge alla fuga? In questo senso Come nei giorni migliori non parla soltanto di una relazione o di una crisi privata, ma di una condizione generazionale: quella di chi fatica a distinguere tra libertà e paura, tra scelta e rinuncia. C’è, sotto la superficie sentimentale, una riflessione più ampia sulla precarietà affettiva come cifra del nostro tempo e sulla difficoltà, forse, di restare, di costruire.
Come nei giorni migliori fa dunque un’operazione degna del più astuto Čechov, facendo esplodere il dramma esistenziale dentro l’apparente insignificanza del quotidiano, con un linguaggio personale e per niente epigonale, e con un risultato che fa esultare il pubblico solitamente sconfortato dal moribondo teatro nostrano e ben sperare, chissà, per il futuro.
Lo spettacolo
Come nei giorni migliori
Brillante opera prima del giovane drammaturgo Diego Pleuteri (1998) diretta da Leonardo Lidi, Come nei giorni migliori è la storia di una coppia nella sua quotidianità, fatta di dialettica, incomprensioni e di tutto quello che costruisce la vita di due persone che si amano. Uno spettacolo d’una bellezza disarmante.




