
La reginetta di Leenane, il dramma di Martin McDonagh che apre la stagione del Teatro Parenti di Milano (in scena dall’8 ottobre al 2 novembre), è una storia di periferia, una giostra di sentimenti dove i ruoli di vittima e carnefice si alternano in un gioco scellerato trascinandosi dietro, fino al tragico epilogo, rancori, ripicche, sotterfugi, una rabbia feroce e inaspettate crudeltà: il pitale svuotato ogni mattina dalla vecchia nel lavandino della cucina, il latte cagliato pieno di grumi fatto bere alla madre sperando che si strozzi, gocce d’olio bollente a bruciare una mano e, culmine di perfidia, una lettera gettata nel fuoco della stufa per sabotare l’unico amore che, se compiuto davvero, avrebbe cambiato il destino del perverso ménage. Nessuna tenerezza materna o filiale, nessuna carezza, solo sguardi pietrificanti come di Gorgoni. Dovuto opaco. Nell’Irlanda rurale degli anni Novanta, Maureen (Ambra Angiolini) e la madre Meg (Ivana Monti) vivono in una casa isolata tra le colline, una gabbia nella quale ognuna di loro si comporta come una fiera indomabile, nel desolante e sparuto villaggio di Leenane, sull’isola reietta da Albione.
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