
Basta comprare un gratta e vinci, o buttare soldi in una slot-machine del bar più fetido della città, perché venga in mente Fëdor Dostoevskij. Nessuno come lui ha descritto che cosa significhi scommettere, fino a perdere il senno, su una pallina che gira nella roulette, su una carta pescata a caso, su un numero che forse farà la nostra fortuna o ci porterà alla rovina. Il giocatore, romanzo che Dostoevskij dettò in 28 giorni alla futura moglie Anna (venne pubblicato nel 1866), era una scommessa: non fosse riuscito a scriverlo, l’autore avrebbe perso, stritolato dai debiti, i diritti su tutti i suoi libri.
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